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sabato, Ottobre 16, 2021

La riforma Cartabia smaschera il “giacobinismo” del M5S

di Vittorio Lussana, #giustappunto

In materia di giustizia, l’Italia è un Paese ancor più diviso del solito. La percezione generale è quella di una grande unità del centrodestra, che da decenni utilizza la ‘grancassa’ delle reti Mediaset e dei giornali di ‘fiancheggiamento’ per condizionare ogni riforma in senso ‘perdonista’. Invece, questa volta è l’Unione europea a chiederci di riformare la materia, non particolari gruppi di interesse presenti in parlamento. E una giustizia degna di definirsi tale, deve garantire tempi certi di giudizio.

In secondo luogo, il provvedimento non sarà un decreto legge da convertire entro 60 giorni attraverso la discussione parlamentare, ma una legge delega, che affida al governo l’intera riforma attraverso il meccanismo del decreto legislativo delegato, il quale stabilisce un ‘perimetro’ di requisiti entro i quali l’esecutivo deve muoversi nello stabilire i contenuti materiali, o sostanziali, della riforma. Insomma, facciamo attenzione: la riforma Cartabia è ancora nella fase di ‘cornice’ e non è ancora entrata al centro del ‘quadro’, che alla fine prevede un disegno di legge del governo, il quale dovrà essere votato dalle aule parlamentari per l’approvazione definitiva.

Insomma, siamo ancora a ‘carissimo amico’, in verità. Anche se la ministra Cartabia, con un voto positivo sulla ‘delega’ e sui princìpi che questa stabilirà, può avvalersi di un ‘indirizzo’ che, di solito, non consente molte ‘conversioni a U’ da parte delle forze di maggioranza. Ma si sa: viviamo ormai in un’epoca in cui le ‘capriole’ dei vari leader politici fanno saltare, spesso e volentieri, tutto per aria. E se le acque si stanno agitando già adesso, con i vari ‘mal di pancia’ del Movimento 5 stelle, ciò non è affatto un buon segnale.

Sia come sia, il vero oggetto del contendere sono i tempi della giustizia penale: la norma ‘spazzacorrotti’ aveva infatti eliminato la prescrizione dopo le sentenze di primo grado, sia di condanna, sia di assoluzione. Con la riforma Cartabia, la prescrizione cessa ugualmente di decorrere dopo la sentenza di primo grado, ma vengono introdotti alcuni limiti di tempo, oltre i quali scatterà ‘l’improcedibilità’ rendendo impossibile ai processi di proseguire. E questi limiti temporali sono di due anni per il processo d’Appello e di un anno per quello in Cassazione.

Ci sono, ovviamente, delle eccezioni: reati di mafia, terrorismo, traffico di droga, violenza sessuale, rapina, estorsione, sequestro di persona e, dopo l’insistenza del Movimento 5 stelle, anche corruzione e concussione. Tutte fattispecie di reato per le quali le tempistiche potranno essere prorogate fino a tre anni per l’Appello e a un anno e mezzo per la Cassazione. Ciò varrà anche per i reati di particolare complessità, per i quali servono dibattimenti più approfonditi. Infine, è previsto che il conteggio di tali tempistiche di improcedibilità siano sospese negli stessi casi in cui, già oggi, viene sospesa la prescrizione, come per esempio quelli in cui gli avvocati dell’imputato cerchino di perdere tempo con richieste di ‘legittimo impedimento’.

Il Movimento 5 stelle era contrario alla riforma. La precedente ‘riforma Bonafede’ aveva cercato di limitare la prescrizione, per combattere le possibili impunità e garantire che i processi arrivassero a sentenza. Ma qui da noi esiste anche un problema di lentezza complessiva del ‘sistema-giustizia’. Ed esiste un principio costituzionale che impone una durata ragionevole dei procedimenti giudiziari, al fine di garantire che il singolo cittadino non debba per forza attendere interi decenni per uscire, in un modo o nell’altro, dalle cause che lo riguardano.

In pratica, lo Stato non ha il diritto di processare un cittadino, bensì ha il dovere di farlo: è questo il punto centrale. In merito a ciò, molte delle obiezioni ‘grilline’ cadono nel vuoto, poiché esse appartengono a una concezione ‘giustizialista’ del codice di procedura penale che il movimento fondato da Beppe Grillo non ha mai voluto comprendere per totale ottusità.

Se consideriamo il processo come un atto che possa non finire mai, in pratica si modifica la ‘natura’ della giustizia italiana, che non è inquisitoria come nel codice di procedura penale di epoca fascista, bensì più dinamica e attiva – anche nei riguardi delle difese – come previsto dalla riforma Vassalli del 1990.

Insomma, il disegno di legge del ministro Cartabia interviene senza toccare concretamente la prescrizione riformata dall’ex ministro Bonafede, bensì introduce alcuni limiti temporali oltre i quali scatterà l’improcedibilità. La riforma, ovviamente, essendo molto più ampia e ‘di sistema’, tocca anche altri punti, come la richiesta di rinvio a giudizio, la quale non potrà più basarsi su semplici elementi di rilevanza penale, ma anche su una ragionevole previsione di condanna. E c’è anche una parte della normativa che riguarda il processo civile, sempre con l’obiettivo di ridurre i tempi dei procedimenti entro cinque anni ed estendendo gli istituti della mediazione e della negoziazione assistita in quanto metodi di risoluzione delle controversie.

Infine, c’è la parte relativa al Consiglio superiore della magistratura, che a prescindere dalle polemiche conseguenti al ‘caso Palamara’, in questa sede ci interessa un po’ meno. In ogni caso, quel che appare con estrema chiarezza è che si tratta di un buon ‘passo in avanti’ per riformare il sistema giudiziario italiano, che dovrà cominciare a distinguere ‘casi e casi’, selezionando i processi ‘prioritari’ rispetto agli altri. La qual cosa non significa affatto teorizzare una giustizia di serie ‘A’ e un’altra di serie ‘B’, bensì evidenzia l’errato approccio all’intera materia da parte del Movimento 5 stelle, che ha ormai innanzi a sé lo ‘spettro’ della sconfitta più sonora, causata da una concezione ‘giacobina’ che rischia di riportarci al ‘Paese-caserma’ di epoca ‘mussoliniana’.

Alcune recenti ‘brutte figure’, come i giudizi superficiali e preconcetti espressi nei riguardi dell’ex sindaco di Lodi, hanno dimostrato pienamente questo errore ‘grillino’. Il vero principio dettato dalla Costituzione è un altro: lo Stato non ha alcun diritto a processare una persona senza limiti di tempo, bensì ha il dovere di farlo. E deve anche sbrigarsi, perché la gente non può essere perseguitata a vita. Neanche per errore. Soprattutto per errore.

 

(10 luglio 2021)

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