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lunedì, Agosto 2, 2021

Giustizia. “Chi sa fa, chi non sa…”, Lorenza Morello c’è

di Lorenza Morello, #lorenzamorellocè

Che poi, diciamocelo, il problema CCG (Cartabia Carfagna Gratteri) altro non è che l’epilogo dell’annoso quesito “chi controlla il controllore?” declinato in vari modi. Posto che la Commissione sulla Giustizia nel sud altro non pare essere se non l’ennesima sovrastruttura di cui non si avvertiva l’esigenza, ciò che è però più grave è che, nel decreto, si parla espressamente di una “esportazione” al Sud di buone prassi sviluppatesi in uffici giudiziari di altri territori. Quasi che i problemi di Bolzano e quelli di Corleone potessero essere affrontati e trattati allo stesso modo…! Ora, comprendo che chi come gavetta è passata dall’essere velina al ricevere veline in qualità di capo del ministero delle pari opportunità (che non dovrebbe però essere il ministero che offre la possibilità a tutti di diventare ministro, ante DiMaio natum) faccia fatica a comprenderlo, e che sia tanto bello sentenziare dall’alto di uno scranno guadagnato per motivi probabilmente lontani da quelli che sono quelli della meritocrazia. Al netto di questo, però, non si può non comprendere come i magistrati in servizio negli uffici del Sud dell’Italia ritengano l’istituzione di questa commissione e le finalità perseguite profondamente offensive della dignità, della professionalità, della dedizione al lavoro che quotidianamente svolgono negli uffici giudiziari.

La vera commissione da istituire su base nazionale sarebbe, semmai, quella che pone un discrimine tra chi ricopre un ruolo per merito e chi no. E il/la secondo/a deve essere allontanato da quel ruolo. Deve. Per forza. Perché sennò davvero tutto perde di significato.

D’altronde, la (più volte) Ministra in questione è allieva -per usare un eufemismo- di un uomo (Berlusconi, ndr.) che si è sempre fatto forte del disprezzo popolare – in Italia e soltanto in Italia, perché mai criticherebbe i totalitarismi dei suoi amichetti che governano all’estero – per tutte le forme di controllo. Quando lui definiva i controlli e i contrappesi «lacci e lacciuoli», chiamava l´applauso dello stesso pubblico televisivo ed elettorale che apprezzava, lodava e anzi si entusiasmava per le sue attività sessuali vere o presunte, per il suo disprezzo per le regole e lo stile di vita che dovrebbe essere consono a un capo di governo.

Ebbene, le regole della vita civile, come le regole della vita democratica sono faticose, pedanti, poco agili e create con l’esperienza di secoli proprio allo scopo di impedire che prevalgano gli istinti, la forza, la sopraffazione e anche un eccesso di carisma personale in competizione con le regole che deride. E allora ecco che questa commissione pare comprensibile, sebbene non condivisibile. Ciò di cui invece non ci si capacita è come una persona come la presidente Cartabia possa aver dato spazio a manovre di siffatto calibro con tutto ciò che c’è, di serio e importante, da fare in Italia.

Ma forse, una volta giunti al potere, tutti si finisce per somigliarsi un po’, se lì si vuol restare. Ed ecco, allora, che tutto si fa chiaro, senza bisogno di Commissioni per capire le ragioni di questo italico modo di cambiare tutto affinché tutto resti uguale.

Gli attacchi continui alla Procura di Catanzaro non sono solo legittime critiche, ma nascondono il pericoloso tentativo di minare la credibilità di un magistrato assai scomodo come Nicola Gratteri, in lizza per il posto di procuratore capo di Milano. È giusto che si sappia, perché c’è tutto un fitto e popoloso sottobosco intenzionato a non fermarsi neppure davanti al serio rischio di delegittimare tutta la magistratura calabrese impegnata a contrastare dominio e poteri criminali, di mettere in pericolo la vita di magistrati e giudici nel regno delle ‘ndrine dove non a caso da Siderno a Cutro fino a Vibo si progettano attentati e si pensa di ingaggiare sicari per eliminare Nicola Gratteri e dove le cimici registrano l’intenzione di fermare Pier Paolo Bruni.

Lo dico subito e senza infingimenti: non ho mai tifato per questo o quel magistrato e resto semplicemente inorridita (ma ahimè non stupita) dinanzi alle verità emerse dalle intercettazioni di un partito di giudici diviso in correnti, di taciti patti tra magistrati e politici, di rapporti viziati tra pm e giornalisti, insomma di un (anti)sistema che andrebbe riformato subito per recuperare fiducia nel sistema giudiziario, una fiducia seriamente compromessa dagli stessi togati.

Ma il vero crimine è non ricordare che la ‘ndrangheta, alzando il tiro, ordina gli omicidi di tre liberi, onesti e coraggiosi giudici calabresi: nel 1975 Francesco Ferlaino, nel 1983 Bruno Caccia e nel 1991 Antonino Scopelliti. Tutti e tre ammazzati perché nemici, avversari dei clan e servitori dello Stato. E non dimentico nemmeno le tante vittime giustiziate o quelle strangolate dal capillare reticolo di potenti cosche, da quell’arrogante potere criminale che si arricchisce soffocando e deprimendo da sempre il sud, che s’insinua tra le maglie delle istituzioni, che paga poliziotti e magistrati infedeli, che si avvale di potenti avvocati massoni, che costringe i figli di Calabria ad emigrare perché lì non c’è futuro.

Ecco perché la martellante campagna denigratoria nei confronti di Gratteri, che in fondo è un tentativo di isolarlo, è un gioco fin troppo pericoloso che pesa come un macigno sull’attività della magistratura inquirente: oggi a Catanzaro, domani a Reggio, a Vibo, a Crotone e nel Cosentino. In tutti quei territori in cui si stanno infliggendo duri colpi ai potenti clan Piromalli, Pesce, Mancuso, Grande Aracri, Muto. Dove si combatte in prima linea contro cosche e ‘ndrine che oscurano le bellezze di quel territorio, pregiudicandone lo sviluppo culturale ed economico.

Per questo credo che per i calabresi sia arrivato il momento di decidere da che parte stare e da chi farsi o non farsi “commissariare”.

 

(11 giugno 2021)

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