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74ª Mostra Internazionale di Arte Cinematografica: il cinema secondo Abdellatif Kechiche

di Emilio Campanella, #Venezia74

 

 

Mektoub, My Love, Canto Uno di Abdellatif Kechiche, in concorso. Dopo la proiezione del film di cui parlerò tra poco, sono uscito dalla sala Darsena e mi sono guardato intorno, il cielo era vagamente cosparso di nubi tranquille, con un sole pacato e tiepido che un po’ appariva, un po’ si nascondeva. Ancora un bel po’ di gente a passeggio di fronte al Palazzo del Cinema, persone sedute sui cubi bianchi accanto alla passerella, chi consultando i programmi delle proiezioni, chi conversando, ovviamente di cinema, ma pacatamente, senza le fibrillazioni delle primi giornate – d’altronde mancano solo tre giorni alla conclusione. Il film di Kechiche, per la quarta volta a Venezia dopo La faute à Voltaire (2000, Premio Opera Prima); Le grain et le moulet, Cous cous (2007, Gran Premio della Giuria, e che avrebbe meritato il Leone d’Oro); Venus Noire (2010), è la prima parte di un progetto cinematografico che dovrebbe essere una trilogia, tratta dal romanzo: La blessure, la vraie, di François Bégaudeau. Con l’abituale tecnica costruita su lunghe scene e dialoghi complessi, sia a due, che di gruppo, solitamente create attraverso elaborate improvvisazioni (non so qui, trattandosi di un soggetto preesistente), ci introduce in una realtà quotidiana di giovani del sud della Francia, autoctoni ed immigrati tunisini, seconde e terze generazioni, integrate totalmente nel tessuto sociale con attività, famiglie complesse ed allargate. Insomma si torna nei dintorni di Marsiglia, esattamente a Sète, e si segue con gli occhi di Amin, come dire l’io narrante, l’osservatore, aspirante sceneggiatore, appena rientrato da Parigi per una vacanza in famiglia a raccogliere materiali di vario tipo per il suo futuro lavoro. Amin si ritrova catapultato in mezzo alle complicazioni dei rapporti umani dei ragazzi suoi coetanei, viene a conoscenza di segreti che, peraltro, tutti sanno, ma che fingono di ignorare. Il cugino Toni ha una relazione intensa con Ophélie, fidanzata con Clément, su una portaerei in zona di guerra, siamo nel 1994, come nel romanzo. In spiaggia i due ragazzi fanno conoscenza con due nizzarde in vacanza, una purtroppo per lei, si innamora di Toni che è un incredibile farfallone un po’ fanfarone e tombeur de fammes come lo zio simpaticissimo e sempre brillo.

La vita procede fra mare, ristoranti, discoteche, sballi solo a base di alcool, e neanche troppo; amori, seduzioni, gelosie, pettegolezzi per tre ore. Conosciamo le qualità del regista che dirige benissimo gli attori e colpisce la capacità di suscitare e mantenere vivo l’interesse così a lungo, con una vicenda narrativamente orizzontale. Forse un po’ troppa discoteca, per quanto la bellissima, commovente scena del parto gemellare della pecora, che Amin fotografa, nella fattoria del padre di Ophélie, subito prima delle serate di ballo dei ragazzi, comportamento animale l’uno come l’altro, in rapida sequenza, sia un’idea molto interessante, ritroviamo la sua ossessione per il corpo femminile, ripreso con una visione molto maschile, ovviamente, ma anche quasi voyeuristica. La stessa impressione della scena d’apertura, un erotismo torrido, per quanto ben girato, che ha per protagonisti Toni e la bellissima, bisogna ammetterlo, Ophélie. Fra gli ottimi attori si riconoscono volti già apparsi nei suoi film, specialmente quello di Hafsia Herzi, Premio Mastroianni per Cous Cous.

Mi resta una perplessità: mi domando che senso abbia mettere in concorso un film ch’è ancora solo un frammento, per quanto importante, di un’opera molto più ampia.




(8 settembre 2017)

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