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Il Cercopiteco di Gianfranco Maccaferri: “In una afosa sera d’estate un grido… Fxxxio di mxxxa!”

di Gianfranco Maccaferri, twitter@gfm1803

 

 

In Italia, che sia una città o in un piccolo borgo poco importa, in una calda sera d’estate un ragazzo di origine araba viene picchiato lungamente e ferocemente da altri giovani suoi compaesani. La violenza è anche urlata perché il giovane a terra è un “frxxxo di mxxxa”.

Il ragazzo, obbligato a denunciare il fatto al pronto soccorso dove si rivolge per le cure, per pudicizia morale tiene nascosta la motivazione di tanta violenza e per sopravvivere non fa i nomi dei ragazzi che lo hanno percosso. Ovviamente non denuncia pubblicamente l’oltraggio e il pestaggio, così nessuno lo verrà mai a sapere. Semplicemente rimane da solo, sapendo che da quel momento è allontanato e abbandonato da tutti i suoi conoscenti, i suoi amici, i suoi parenti residenti in Italia.

La comunità araba di riferimento per il giovane è numerosa e molto accogliente e inclusiva, quanto atroce, violenta, psicologicamente brutale contro un suo membro che viene scoperto o ritenuto gay. Come vivessero nel paese di origine le persone applicano l’emarginazione, la condanna sociale, lo sputo, lo sputtanamento, la violenza fisica collettiva e l’insulto infamante ad ogni incontro pubblico con il giovane. Non solo, lo sputtanamento giunge sino al paesello di origine, dove la famiglia apprende da solerti pettegoli che hanno informative da amici e parenti in Italia, che il loro caro e amato figlio è un infame, un appestato, un senza dio, un “frxxxo di mxxxa”. L’allontanamento dalla famiglia è ancora più pesante e traumatico perché avviene silenziosamente a distanza, senza spiegazioni. Interrompe le uniche voci che fanno stare bene il ragazzo, che gli danno forza, motivazione e speranza; si interrompe il dialogo scritto su messaggi assillanti ma di conforto, di affetto, di amore… scritti da lontano certo, ma gli unici ritenuto sicuri, inviolabili, intoccabili… sino al giorno del pettegolezzo infamante.

Il ragazzo arabo (ma potrebbe essere un ragazzo proveniente da qualsiasi paese africano tanto sono tutte realtà culturalmente, socialmente e politicamente pesantemente omofobiche) si ritrova ad essere solo, senza più riferimenti; capisce che deve basarsi solo sulle sue forze… e non è certo di averne a sufficienza per sopravvivere a tanta tribolazione.

È successo in una di queste calde sere d’estate a un ragazzo di origine araba, e purtroppo molti altri giovani uomini hanno vissuto e vivono silenziosamente questa durissima esperienza nella loro vita.

Si tratta di ragazzi arrivati nella nostra città, nel nostro borgo, nel nostro villaggio, da soli, spesso ancora adolescenti, e grazie a parenti o amici già in Italia sono riusciti a sopravvivere, a trovare un lavoro; sono comunque ragazzi con carenze affettive enormi, che da anni non hanno nessuno che li accarezza, che inietti loro un po’ di autostima, ragazzi soli che da troppo tempo non sanno cosa è la serenità e il calore di una casa, di una famiglia,  la sicurezza e la fiducia di un padre, di una madre, di un fratello. Ragazzi che hanno scoperto la loro sessualità e che hanno cercato in tutti i modi di sopprimerla, a volte riuscendoci e a volte no; ragazzi che si sono ritrovati loro malgrado ad essere oggetto del desiderio esoticamente erotico di gay italiani di ogni età e che hanno scoperto che possono essere remunerati per prestazioni di ginnastica sessuale comunque sottopagata, prepotente, che non porta a nessun futuro. Frequentemente questi ragazzi usano la loro disponibilità ad incontri omosessuali per sopravvivere, per coprire le carenze finanziarie, per cercare anche disperatamente un poco di affetto e forse di sentimento.

E tutto questo li porta a non avere amore, una nucleo dove sinceramente ritrovarsi, un riferimento, un amico vero con cui confidarsi.

Normalmente la situazione porta questi giovani uomini a diventare cinici, freddi, spietati, perché sono soli e devono sopravvivere esclusivamente con la prestanza del loro corpo, del loro sesso; non possono contare e appoggiarsi su nessuno; i soldi guadagnati con un incontro permettono la sopravvivenza ma non la residenza perché il prostituirsi non è reddito dimostrabile in questura, il reddito richiesto per ottenere il permesso di soggiorno, la cittadinanza… Così sovente diventano dei “sans-papiers”. Quando si ritrovano in queste condizioni sono oramai diventati talmente freddi, crudeli e sprezzanti che riescono a essere talmente inumani da fingersi amorevoli e innamorati del primo omosessuale “debole” che gli capita tra le mani e che cercheranno di “spolpare” e sfruttare sino al limite del legale. Questo lo fanno i ragazzi “forti” di carattere, che dentro se stessi hanno la rabbia e la voglia di riconquistare una dignità umiliata e calpestata.

Sfortunatamente molti ragazzi omosessuali o bisessuali provenienti dall’Africa non ce la fanno a sopravvivere a tanta violenza, solitudine, a tanto nascondersi e umiliarsi.

Per un giovane arabo la comunità di provenienza che trova in Italia è importantissima, tampona il razzismo dei suoi coetanei italiani, gli dà sicurezza, gli offre opportunità ma anche continuità nelle tradizioni da cui è scappato ma di cui ha nostalgia.

Ma in questa comunità l’importante ovviamente è non essere gay o bisessuale, perlomeno non farlo sapere, vivere nel buio della doppia vita e se proprio si sparge la voce… i ragazzi sanno che possono tentare di giustificarsi evidenziando l’essere sessualmente esclusivamente attivi, mai passivi! Per l’ignoranza omofobica araba chi nel rapporto è attivo non è proprio frocio, il vero “frxxxo di mxxxa” è il passivo. E così, per cancellare ogni dubbio e per ingannare l’oscurantismo della loro comunità, i giovani gay o bisessuali si fanno vedere mentre per strada o al bar fanno commenti volgari sulle donne, esprimono tutto il loro desiderio per un rapporto sessuale con una ragazza, urlandolo, mimandolo, raccontando agli altri maschietti un sacco di balle.

Ma per fare ciò occorre molta forza, molto inganno, molta furbizia, molta determinazione e poca autostima.

Il ragazzo brutalmente picchiato dai suoi conoscenti e amici in una calda sera d’estate, umiliato e oltraggiato dalla sua comunità, che ha ricevuto sputi e insulti ad ogni passaggio accanto al bar dove il gruppo di connazionali beve e spettegola… si è ritrovato scoperto e quindi abbandonato, solo, indifeso. Non ha avuto il tempo per proteggersi, per trovare gli argomenti per difendersi e non ha avuto il coraggio di mentire a se stesso.

Così ha deciso di dare alla propria esistenza la svolta che mai aveva avuto il coraggio di intraprendere: vivere da giovane occidentale a tutti gli effetti  ignorando per sempre le consuetudini, i riti, la morale della sua comunità di origine. Il passo necessario l’ha fatto affidandosi alla generosità e comprensione dei maschietti italiani che aveva conosciuto e con cui era andato per quattro soldi; ha chiesto ospitalità, assistenza, protezione, disperatamente affetto… in pochi giorni si è accorto che queste sue conoscenze non sanno cosa è l’ospitalità disinteressata, l’aiuto umanitario senza sesso notturno, il dedicarsi ad un’altra persona per il piacere di vederla serena; ha ricevuto solo conferme che quel mondo fatto di allegria, feste, incontri, conoscenze trasversali, lavori dignitosi, denaro sempre disponibile, quel bel mondo non lo avrebbe mai incluso! Per quegli uomini era solo e semplicemente un oggetto, un corpo esotico di piacere o semplicemente un prostituto, un ragazzo di cui non fidarsi, a cui non dare le chiavi di casa, per il quale non metterci la faccia nel cercargli un lavoro.



 

Ciò che pensava essere l’alternativa occidentale alla sua comunità di origine troppo violentemente omofoba, la società scelta per il suo futuro, il suo destino, il suo riscatto, il suo nuovo riferimento… si è rivelata una realtà atroce, egoista, chiusa in se stessa, emarginante e discriminante. Un insieme di persone senza pietà.

Il giovane uomo di origine araba, dopo un breve periodo di amare delusioni ha elaborato, concepito e ha accettato il fatto di essere lui quello sbagliato e che era profondamente giusto quello che gli accadeva. Ha giustificato il silenzio lacerante della sua famiglia. Ha scusato lo sparire dei suoi amici di sempre, ha compreso i calci subiti, gli sputi e gli insulti ricevuti della sua comunità che lo aveva accolto, difeso, protetto. E ha bestemmiato contro quegli uomini italiani che gli hanno fatto solo intravedere la bellezza di una comunità falsamente libera da pregiudizi omofobi,  una società rivelatasi stracolma di preconcetti, tabù e luoghi comuni negativi verso un ragazzo arabo abbandonato e disperato.

L’altro giorno il giovane uomo di origine araba è entrato nella piccola e spoglia moschea, lì si è silenziosamente ritrovato e intimamente ha chiesto perdono, piangendo si è scusato infinite volte, ha raccolto su di se tutte le sue colpe… e ha affidato al suo dio il giudizio sulla sua breve vita.

Uscito dalla piccola e povera moschea si è diretto verso la ferrovia, nella direzione opposta alla stazione e ha atteso il primo treno.

Addio piccolo Taoufik …e che la tua esperienza di giovane vita vissuta sia un ricordo costante per coloro che sanno ricordare…





(9 agosto 2017)

 

 

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