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Teatranti Disperati

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di Il Capo

Teatro Luci

 

 

 

 

Abbiamo recentemente assistito ad alcune rapresentazioni teatrali, una legata ad una produzione di gran grido & spolvero altre “minori”, ci riferiamo a budget e capacità produttive, in luoghi e città differenti. Tutte queste produzioni, questi spettacoli, erano accumunati da qualcosa che definire “difetto” non è esatto, perché profondamente difetto non è, ma erano “segnate” questo sembra essere il termine giusto, da un “peccato originale”: il desiderio e la necessità di piacere. Non avevano, e non hanno, alle spalle quella “progettualità”, quella “ricerca”, che ha caratterizzato il teatro degli anni ’80 che continua ad essere l’unica forma di teatro con una sua identità precisa e coerente, anche se gli anni ’80 non sono più. Cos’aveva quel teatro che i teatranti disperati di oggi hanno dimenticato? Il coraggio di fottersene del pubblico perché ciò che portava avanti era un progetto culturale, non andava alla ricerca dello sbigliettamento selvaggio, dell’articolo sul giornale, dell’applauso degli amici.

 

Negli ultimi quindici anni in Italia è nata una sola compagnia di giro che ha messo davanti a tutto la sua ricerca, la sua necessità di dire delle cose, la sua – per dirlo in teatrese – “urgenza”, quella compagnia è Ricci/Forte alla quale in Italia si chiede conto soltanto dei piselli e delle passere nude in scena, perché l’Italia (ricordiamo una tristissima conduttrice di radio 3 in una patetica intervista alla quale cercammo di chiedere conto di ciò che stava dicendo zittiti bruscamente dall’addetto stampa leccapiedi del teatro che ci ospitava, non ricevemmo più un solo comunicato stampa né un solo invito da quella struttura, perché l’ego dei Teatranti Disperati italiani arriva fin lì) chiede a Ricci/Forte di parlare solo dei loro nudi.

 

Degli spettacoli che abbiamo visto nell’ultimo mese solo di uno abbiamo pubblicato la recensione, degli altri (poveri, ci spiace ma è così) non c’era nulla da scrivere se non una stroncatura che avrebbe lasciato il segno. Abbiamo preferito non farlo, anche se in molte altre occasioni non ci siamo risparmiati, perché era nata l’occasione per un confronto con i rappresentanti delle compagnie e gli attori che ci aveva permesso di tentare di instaurare un dialogo sui contenuti abortiti degli spettacoli in questione. La risposta al nostro tentativo di “parlarne” è stata: visi infuriati, battute di scherno, sarcasmi, ed un paio di messagi inviperiti sul telefonino. Atteggiamento che non aggiunge nulla al patetico dilettantesco agire teatrale di quei poveracci, che non aggiunge nulla al loro pensiero che noi si sia solo degli stronzi arroganti, che non ci fa cambiare idea: quando si sale sul palco dominati dal proprio ego, quando ad assistere al nostro spettacolo ci sono famigliari ed amici e basta, quando si invita un critico – perché noi agli spettacoli mandiamo critici che il Teatro conoscono, non imbecilli – pensando che per il semplice fatto di avere elargito un biglietto omaggio poi si debbano ricevere complimenti, allora si è sbagliato mestiere. E non c’è null’altro da dire.

 

Nel corso della nostra attività editoriale e di organizzazione di eventi ne abbiamo sentite e ricevute di tutti i colori: dalla compagnia che sospettava che l’unico attore “salvato” da una nostra recensione all’interno di un gruppo di dilettanti imbarazzanti ci avesse pagati; alla compagnia che ci ha messo in piazza dicendo che non avevamo pagato alcune repliche di un loro spettacolo, quando gli accordi erano che si sarebbero tenuti il 70% dell’incasso (il 30% andava al teatro ospite), ma non avevano avuto pubblico ed era troppo imbarazzante farlo sapere così che si sono inventati la storiella della quale daranno conto nelle sedi opportune; a minacce via Facebook ad un nostro collaboratore insultato da una compagnia di bulletti senza arte né parte che non fosse la loro rabbia che non sapevano nemmeno gestire i gerundi, dopo una recensione ad un loro spettacolo da dimenticare (e per questo indimenticabile) che partecipò ad una importante kermesse teatrale romana, alle compagnie che sui programmi di sala scrivono di tutto e presentano poi uno spettacolo che col programma di sala non c’entra nulla. Questo è il Teatrante Disperato.

 

Progettualità, professionalità sono sostituite da incapacità e egopatia. Non c’è approfondimento, non c’è cultura, non c’è sforzo, si sale su un palco per diventare ricchi e famosi in cinque minuti, e quando l’infantile progetto svanisce c’è sempre qualcuno da incolpare: il teatro che non sa gestire il pubblico, il critico che ha parlato male dello spettacolo, il comune che non dà soldi, il ministero che dà soldi sempre agli stessi, il settimanale che “non ci pubblica niente”, l’ufficio stampa che ha lavorato male, ma mai – quasi mai – abbiamo sentito qualcuno riuscire ad elencare i difetti della “cosa” che aveva messo in scena.

 

L’egopatia, l’arroganza, il desiderio di imporre sé stessi, l’infantile bisogno di “farsi vedere” sembra essere la spinta verso il palcoscenico: si hanno duemila euro? Si produce uno spettacolo certi che se ne guadagneranno 20mila. Non importa di quale spettacolo si tratti, di quale qualità si parli, non importa se dietro di noi abbiamo un progetto o no.

 

Questo paese ha tanto bisogno di ottimo panettieri e meccanici, invece continua a sfornare pessimi attori. E la colpa è dei critici. Capito?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(11 dicembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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