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#Visioni di Mila Mercadante: Monsignor Charamsa come Diana Spencer

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Preti 00di Mila Mercadante  twitter@mila56170236

 

 

 

“Abbiamo fin troppe religioni per odiarci, ma non abbastanza per amarci l’un l’altro”, Jonathan Swift.

 

 

Teologo di fama internazionale, intellettuale raffinato e stimato, monsignor Charamsa prima di trasferirsi a Barcellona e a poche ore dall’inizio del Sinodo ha criticato la Chiesa cattolica e il Vaticano per la sua paranoica omofobia e sessuofobia. Ha raccontato pubblicamente di avere un fidanzato e di essere felice. Uno schiaffo al voto di castità, che sicuramente pochissimi hanno rispettato, rispettano e rispetteranno in futuro. Le sue dichiarazioni ci indicano che lo scollamento non è avvenuto soltanto tra Chiesa e società ma anche tra la Chiesa e i suoi ministri. Il ruolo che Charamsa ha assunto davanti a una telecamera non è eroico ed è discutibile ma riesce senza dubbio a mostrarci la personale e intima trasformazione di un uomo che cade dalle altitudini mistiche e si improvvisa rivoluzionario. Egli testimonia la perdita di consenso e di accettazione di norme e di sacrifici che in passato non erano percepiti dal clero come insopportabili, ma apparivano al contrario come mezzi per raggiungere la salvezza e il distacco dalle cose terrene. Non solo: prima che tanti punti di rottura uniti fra loro formassero una sorta di voragine tra le leggi in materia di castità della Chiesa e i suoi servitori, si considerava normale e propedeutico violarle, quelle leggi, mantenendo però uno stretto riserbo. Naturalmente non mi riferisco all’omertà colpevole di chi celasse misfatti, delitti e pratiche illecite bensì a quel genere di riservatezza che ha a che fare con la forma: tutti immaginavano e sapevano, tutti fingevano di ignorare. La segretezza – ipocrita quanto si vuole – svolgeva una sua funzione anti-disgregazione, serviva a garantire una sorta di protezione dell’istituzione.

 

Dando per scontato il fatto che la religione sia spesso disfunzionale alla crescita emotiva dei fedeli, e al di là della veridicità o meno delle convinzioni religiose, la Chiesa non è un’istituzione meramente politica, è la millenaria depositaria della fede cattolica e della spiritualità. La sua funzione non è solo quella di accrescere il rispetto delle regole sociali solidificando la coesione e interagendo fin troppo con le istituzioni politiche. L’organizzazione ecclesiastica è la rappresentazione del rapporto dell’uomo con dio, e tale rappresentazione si fonda su forme stabili di pensiero, di prassi e di leggi che sono “modelli di fede”, sono la formalizzazione dei comportamenti umani di fronte al sacro. Non si può chiedere alla Chiesa di abdicare ai suoi dogmi per adattarsi ai rapidi mutamenti sociali come se si trattasse di un governo.

 

La Chiesa cattolica non è stata sempre uguale a se stessa, anche se sembra immobile: è cambiata nel corso dei secoli con estrema lentezza, attraverso laboriosi e complessi processi di adattamento. Concedere il perdono e l’ostia ai divorziati e ai separati è già di per sé un atto rivoluzionario, è come se Bergoglio avesse fatto un triplo salto mortale davanti all’altare. Volgere un’attenzione amorevole agli omosessuali è qualcosa che finalmente stabilisce una frattura col passato, almeno è il primo slancio al di sopra della storia dei papi così come sono sempre stati. Non è sufficiente, non basta, non va bene, non ci consola, d’accordo, eppure da laici, da credenti, da atei dobbiamo fare necessariamente una distinzione tra l’elemento mitico e dogmatico che è molto potente e quello razionale e politico.

 

La teologia razionale elabora la teologia morale per indicare ciò che dovrebbe essere modificato e così permette piccole eccezioni alle regole, allenta un po’ le maglie del dogma, in modo che gli individui non si sentano respinti dal mondo cattolico e non respingano a loro volta quel mondo. Quando parliamo di Bergoglio parliamo di colui che ha fatto il massimo sforzo: è difficile immaginare rivoluzioni e aperture di ben altra portata. Si è parlato spesso delle discriminazioni nei confronti delle religiose, che non possono dir messa e che conservano all’interno della Chiesa un posto molto marginale rispetto agli uomini. La loro situazione non cambierebbe anche se ne parlassimo per anni.

 

Da atea devo confessare che mi stupisce che un ministro di dio si sia vantato di essere fidanzato. Non è mica un prete protestante! Ha sopravvalutato se stesso oppure ha sottovalutato l’istituzione e il ruolo che egli ha volontariamente assunto al suo interno. Somiglia a Diana Spencer: o fai la futura regina d’Inghilterra con tutto quello che di vantaggioso e di straziante comporta il tuo ruolo – menzogne comprese – o sposi un borghese. Le regole odiose non crollano sotto i colpi di qualche gesto plateale: non sono crollate quelle della monarchia britannica, figuriamoci quelle ecclesiastiche, che ovviamente richiedono molto di più, per esempio il serio impegno e la ponderata interpretazione di esperti. Se è giusto che la società civile reagisca con foga e stizza a tanta rigidità, meraviglia che lo faccia un fine teologo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(8 ottobre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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