Erdogan e la democrazia non condividono gli stessi geni: lo sanno i Turchi, i suoi compagni di partito, i suoi ministri, probabilmente anche sua moglie, lo sanno i paesi confinanti. Lo sa anche lo stesso Erdogan. Saperlo non impedisce all’uomo di potere più che di governo, di scivolare su dichiarazione che defnire discutibili è un eufemismo.
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Dopo i casi di corruzione di figli di ministri (arrestati) che ha costretto tre di questi, ministri, alle dimissioni, Erdogan è riuscito ad incolpare le potenze straniere di fare propaganda anti-turca per ragioni anti-turche, ché con il nazionalismo non si sbaglia mai.
Nel frattempo ad Istanbul sono scoppiati casini di immani proporzioni, proprio mentre Erdogan annunciava in TV di avere sostituito i tre ministri con altri tre – un grande discorso! – e di averne approfittato per un rimpasto governativo.
I manifestanti, centinaia e centinaia in tutta la Turchia, hanno chiesto le dimissioni di Erdogan e la polizia ha reagito lanciando lacrimogeni e utilizzando idranti per disperderli.
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Erdogan, non pago, ha incolpato dei disordini la propaganda [sic] di “gruppi oppositori in patria ed all’estero”, forse dimenticando che di stupidità e cecità si muore.
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