
Abbiamo riportato la notizia nei giorni scorsi. Come ricorderanno i nostri più fedeli lettori, il giovane era stato arrestato senza prove, imprigionato e condannato – senza prove – in Senegal per omosessualità, insieme ad altre quattro persone. La sua famiglia aveva promesso di bruciarlo vivo.
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Dopo essere fuggito in Gambia, essere stato forzatamente reimpatriato, avere invano tentato di ottenere un visto d’espatrio per l’Europa, il giovane si era armato di documenti falsi ed era riuscito ad entrare in Francia, dove, all’aeroporto di Tolouse, era stato bloccato dalla Polizia di Frontiera, fermato, interrogato per telefono (sic) e dopo quindici minuti era pronto per tornare in Senegal, dove rischia la morte.
E’ notizia di ieri (domenica 29 luglio, ndr) che il Tribunale della città francese ha deciso di sospendere momentaneamente il processo di espulsione del giovane per verificare se ci siano effettivamente le condizioni per concedergli lo status di rifugiato. In Senegal l’omosessualità è punita con il carcere (da 1 a 5 anni) e con una multa massima di 2.300 euro che nel paese sono una fortuna. Ad ammazzarli ci pensano le famiglie d’origine o i fratelli eterosessuali. E se non c’è la morte fisica c’è quella sociale.
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Sulla questione omosessuale in Senegal potete leggere un interessantissimo articolo pubblicato nel 2010 dal Corriere Immigrazione a firma di Chiara Barison che ri-pubblichiamo sul nostro sito d’informazione in italiano, francese, inglese, spagnolo e arabo Gaiamaghreb.com.
