di Marco Maria Freddi

Le televisioni spagnole e ispaniche hanno mostrato pochi giorni fa le immagini che arrivano dalla Casa Rosada. Al tavolo sedeva Javier Milei, presidente dell’Argentina dal dicembre 2023, leader di una destra liberista che ha fatto dell’austerità e della deregolamentazione la sua bandiera. Accanto a lui c’era un uomo che nel 2009 ha scritto una frase che oggi suona come programma politico. Si chiama Peter Thiel e in quel saggio pubblicato dal Cato Institute ha dichiarato che non crede più che libertà e democrazia siano compatibili.
Thiel non è un opinionista. Ha cofondato PayPal nel 1998 e nell’agosto 2004 è diventato il primo investitore esterno di Facebook acquistando una quota del dieci per cento per cinquecentomila dollari. Ha finanziato con oltre quindici milioni di dollari la campagna per il Senato di JD Vance. Quel candidato oggi è vicepresidente degli Stati Uniti dal 20 gennaio 2025.
Secondo il New York Times a dicembre 2025 il patrimonio di Thiel era stimato in 27,5 miliardi di dollari. La sua tesi del 2009 non era un vezzo intellettuale, era la premessa di un progetto industriale.
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Da quella premessa nasce Palantir, incorporata ufficialmente nel maggio 2003 e battezzata con il nome delle pietre veggenti di Tolkien. Tolkien non le descriveva come strumenti neutri ma come dispositivi che finiscono per possedere chi le guarda e questa genealogia conta perché Palantir replica esattamente una logica di visione totale. L’azienda è nata con denaro di In-Q-Tel, il fondo della CIA, e oggi lavora stabilmente per la comunità di intelligence statunitense, per il Dipartimento della Difesa e per agenzie come CIA, NSA, FBI, DHS. Ha un contratto da trenta milioni di dollari con l’Immigration and Customs Enforcement per tracciare i migranti e fornisce software anche alle forze di difesa israeliane oltre che a tutti i rami dell’esercito americano. Durante i bombardamenti coordinati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026 il sistema Maven di Palantir integrato con l’intelligenza artificiale Claude ha prodotto circa mille obiettivi prioritari nelle prime ventiquattro ore di operazioni, secondo quanto riportato dal Washington Post.
Mentre Thiel era a Buenos Aires la sua azienda ha diffuso un manifesto in ventidue punti che celebra le armi potenziate dall’intelligenza artificiale come strumento di hard power americano. Il testo elogia apertamente la creazione di armi basate su intelligenza artificiale. Il politologo olandese Cas Mudde lo ha definito una delle cose più spaventose viste da tempo e ha spiegato che è un appello per un mondo dominato da un’autorità statunitense generata dall’intelligenza artificiale e gestita da aziende di sorveglianza. Donald Moynihan dell’Università del Michigan ha concluso che nel complesso la visione del manifesto è quella di un governo statunitense e dei suoi alleati tecnologici come attori dominanti non vincolati da responsabilità democratica. Yanis Varoufakis ha sostenuto che il manifesto distilla in ventidue punti un’ideologia orribile che immagina un mondo insanguinato dove l’etica è per gli ingenui e ha aggiunto che Palantir lavora per rendere la società americana perfettamente incapace di qualsiasi dibattito che limiti la capacità dell’azienda di imporre ai militari la scelta dei bersagli.
A Buenos Aires Thiel non ha fatto turismo. Ha acquistato una residenza al Barrio Parque per una cifra vicina ai dodici milioni di dollari e il lunedì precedente ha incontrato Santiago Caputo, il consulente politico nato a Buenos Aires nel 1985 che ha disegnato la strategia della campagna presidenziale di Milei ed è oggi il suo principale consigliere, soprannominato dalla stampa il Mago del Cremlino. Poi, è stato ricevuto da Milei alla Casa Rosada insieme al cancelliere Pablo Quirno. Quello stesso giorno i giornalisti accreditati sono stati bloccati all’ingresso. Jaime Rosemberg de La Nación ha raccontato a El Mundo che non li lasciavano entrare e che l’ordine era di non farli passare mentre Milei si riuniva con Thiel.
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Non è stato un investimento immobiliare. È la costruzione di un laboratorio politico dove testare ciò che a Washington o a Bruxelles troverebbe ancora tribunali, sindacati e parlamenti. È il modello che la destra europea oggi vende come sovranità mentre si appoggia a una rete tecnocratica che dichiara apertamente la priorità del profitto sulla politica. La domanda che Thiel avrebbe posto a Milei, come si sostiene nel tempo questo esperimento, non è tecnica. Sostenere nel tempo significa tagliare spesa sociale, comprimere salari, privatizzare dati sanitari e affidare a un software proprietario decisioni che in una democrazia appartengono a controlli pubblici e a rappresentanze elette.
È esattamente ciò che le destre fanno quando distraggono le persone con la paura dell’immigrato o del declino culturale e nel frattempo consegnano le chiavi delle infrastrutture critiche a Palantir. Non propongono miglioramenti concreti per la vita quotidiana in un mondo interdipendente, vendono l’illusione della piccola Italia potente mentre firmano contratti che permettono a un fornitore straniero legato alla CIA di decidere chi viene espulso, quale ospedale riceve fondi o quale obiettivo viene colpito da un drone.
Da una prospettiva socialista la questione è chi controlla gli strumenti. Thiel ha teorizzato l’incompatibilità tra libertà e democrazia perché per lui libertà significa libertà del capitale di muoversi senza vincoli. La democrazia invece impone vincoli, redistribuzione, trasparenza, diritti del lavoro. Palantir è la traduzione tecnica di quella teoria, uno Stato minimo per il mercato e uno Stato massimo per la sorveglianza. Quando un unico attore privato controlla l’intero stack, dai data center ai modelli di intelligenza artificiale fino alle interfacce usate dai ministeri, la sovranità popolare diventa una formalità. Gli studiosi progressisti che hanno analizzato il manifesto lo hanno chiamato tecnofascismo non per retorica ma perché descrive un potere che non risponde agli elettori ma agli azionisti.
Lo stupore non dovrebbe riguardare la coerenza di Thiel, che da quasi vent’anni dice le stesse cose. Dovrebbe riguardare noi, che permettiamo che tutto questo venga presentato come modernizzazione inevitabile. Se ripetiamo narrazioni pronte, se liquidiamo il dibattito con etichette, se accettiamo che la paura giustifichi la consegna dei nostri dati a un’azienda che lavora per ICE e per eserciti stranieri, stiamo già prendendo una posizione politica anche senza rendercene conto. La responsabilità non finisce con chi governa, inizia con chi analizza, con chi organizza, con chi resiste. In un tempo di interdipendenza globale difendere la democrazia significa esattamente l’opposto di ciò che propone Thiel, significa riportare sotto controllo pubblico le infrastrutture digitali, imporre tasse progressive sui profitti estratti dai dati, vietare l’uso di software militari proprietari per decisioni civili e costruire alleanze internazionali tra cittadini e non tra miliardari.
(3 luglio 2026)
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