di Giancarlo Grassi

Non si capisce, se non attraverso le parole al vetriolo di Giuseppe Conte, perché la presidente del Consiglio Meloni c’abbia tenuto a manifestare, con i soliti termini da liceale furiosa tanto cari ai suoi tifosi, il suo disgusto per quello che è stato ormai battezzato in modo totalmente gratuito il patentino antifascista richiesto dalle manifestazione Più Libri Più Liberi agli espositori, prassi consolidata anche in politica: tant’è vero che persino Meloni con tutto il cucuzzaro del suo governo leggermente incapace ha giurato fedeltà all’Italia sulla sua Costituzione Antifascista. C’era da arginare il generalissimo che vende record come vende gli slogan che scaldano i cuori dei cercatori di poltrone e potere e che si proclama omofobo, misogino e chissà cos’altro per convenienza?
Meloni ha perso un’occasione per tenere la bocca chiusa su un argomento che la vede perdente nei modi, nei toni e persino nella pratica. Perché se Meloni è libera di scrivere sui social riferendosi a fantomatiche sinistre di cui delira: “…sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra”, lo deve a quella sinistra, sulla quale sputa, che ha lottato politicamente e con i suoi morti ammazzati dal nazifascismo, affinché l’Italia fosse una Repubblica a tutto tondo, includendo anche coloro che da quell’idea nazifascista e totalitaria non si sono ancora staccati.
E non sono venuti da sinistra i famosi editti bulgari che il de cuius inaugurò ai tempi del suo fulgore e che Meloni dovrebbe conoscere benissimo, provenendo esattamente da quella storia. Sono venuti dalla destra di lei ora è capo, capetto e anche un po’ madre.
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Sull’opportunità della scelta degli organizzatori della manifestazione si può discutere a lungo, soprattutto in questo paese nel quale gridare al lupo soprattutto quando il lupo non c’è, fa parte di un quotidiano esercizio, tanto inutile quanto caratteristico (o folkloristico che dir si voglia), non si dovrebbe discutere sulla legittimità di una scelta operata da organizzatori privati che sono liberi di accettare chi vogliono all’interno di una manifestazione di promozione libraria. Che la polemica venga scatenata dalla presidente del Consiglio in carica che da quella storia proviene, la dice chiara su quanto dentro certe pance continui ad ardere il dolore di dover vivere in un paese la cui costituzione è antifascista ritenendo, forse, che la sconfitta del nazifascismo sia un’onta da cancellare o, molto più semplicemente, covando in quel crogiuolo di dolori mai superati un desiderio di rivalsa politica contro coloro che hanno infranto, e continuano a infrangere, l’agognato sogno autarchico-illiberale.
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(15 giugno 2026)
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