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È scomparso a 104 anni Edgar Morin, una vita contro la frammentazione del sapere in nome del pensiero complesso

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di Fabio Galli
Fabio Galli

Forse il lascito più radicale di Edgar Morin non risiede soltanto nella teoria della complessità che lo ha reso celebre in tutto il mondo, ma in un’intuizione ancora più profonda, più semplice da formulare che da praticare: l’idea che comprendere significhi sempre collegare. Collegare non come gesto accessorio, non come operazione successiva alla conoscenza, ma come condizione stessa della conoscenza. Per Morin non si comprende nulla davvero se lo si isola dal contesto che lo genera, dalle relazioni che lo attraversano, dalla rete di cause, conseguenze, influenze e rimandi che lo costituiscono. Il sapere non appare più come un insieme di stanze separate all’interno di un edificio ordinato, ma come una trama vivente di connessioni. Ogni fenomeno rinvia a un altro fenomeno. Ogni disciplina illumina soltanto una parte della realtà e ha bisogno delle altre per evitare di trasformarsi in una visione parziale del mondo. Per questo Morin diffidava tanto delle spiegazioni semplici quanto delle specializzazioni autosufficienti. Non perché fosse ostile alla competenza, ma perché sapeva che la competenza, quando dimentica il quadro complessivo, rischia di diventare una forma di cecità. Una delle grandi illusioni della modernità è stata infatti quella di credere che fosse possibile conoscere sempre meglio dividendo sempre di più. Separare gli oggetti di studio, distinguere le discipline, analizzare i problemi in elementi sempre più piccoli. Questo processo ha prodotto risultati straordinari sul piano scientifico e tecnologico, ma ha avuto anche un costo. Ha reso più difficile cogliere le relazioni tra le cose. Ha moltiplicato le conoscenze e, nello stesso tempo, ha spesso indebolito la capacità di orientarle all’interno di una visione complessiva. Morin ha dedicato gran parte della propria vita a denunciare questa frattura.

Non si trattava per lui di rifiutare la scienza, bensì di chiedere alla scienza di riflettere sui propri limiti. Non si trattava di negare l’utilità delle discipline, ma di ricordare che nessuna disciplina possiede da sola la chiave del reale. Ogni sapere è necessario e, allo stesso tempo, insufficiente. Ogni prospettiva illumina qualcosa e lascia inevitabilmente qualcosa nell’ombra. Questa convinzione attraversa tutta la sua opera e assume oggi una forza particolare. Le grandi questioni del nostro tempo sembrano infatti confermare ogni giorno la sua intuizione. La crisi climatica non è soltanto un problema ambientale. È anche un problema economico, politico, sociale, culturale, etico e persino psicologico. Le migrazioni non sono soltanto un fenomeno demografico. Coinvolgono la storia, la geopolitica, le disuguaglianze economiche, le identità collettive, le trasformazioni del lavoro e le rappresentazioni culturali. Le nuove tecnologie non appartengono esclusivamente al dominio dell’ingegneria. Modificano il linguaggio, le relazioni umane, la politica, la percezione del tempo e dello spazio, la memoria e perfino l’idea che abbiamo di noi stessi. Di fronte a problemi di questa natura, la compartimentazione del sapere mostra tutti i suoi limiti. Nessuna risposta può essere trovata all’interno di un solo linguaggio specialistico. Nessuna disciplina può pretendere di comprendere da sola fenomeni che attraversano simultaneamente molteplici livelli della realtà. È qui che il pensiero di Morin continua a rivelare la propria attualità. Non come un sistema chiuso di concetti, ma come un esercizio permanente di apertura.

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Collegare i saperi significava però, per lui, anche collegare le culture. Nato nel cuore dell’Europa e formatosi all’interno della tradizione intellettuale francese, Morin ha sempre diffidato delle identità che si concepiscono come blocchi monolitici e autosufficienti. La sua riflessione è stata costantemente animata dalla convinzione che ogni cultura si costruisca attraverso incontri, contaminazioni, scambi e conflitti. Nessuna civiltà è pura. Nessuna tradizione nasce da sé stessa. Ogni identità è il risultato di una storia fatta di incroci. In questo senso, il suo pensiero rappresenta una critica radicale a tutte le forme di chiusura identitaria. Non perché negasse l’importanza delle appartenenze, ma perché rifiutava di trasformarle in recinti. Per Morin l’identità non è una fortezza da difendere, ma una relazione da comprendere. È qualcosa che si costruisce nel rapporto con l’altro e non contro l’altro. Questa lezione appare particolarmente preziosa in un’epoca caratterizzata da una crescente polarizzazione. Ovunque assistiamo alla moltiplicazione di discorsi che dividono il mondo in schieramenti contrapposti, in appartenenze inconciliabili, in comunità che si percepiscono come reciprocamente estranee. La complessità viene spesso vissuta come una minaccia e la semplificazione come una promessa di sicurezza. In questo contesto, il pensiero di Morin assume quasi il valore di una forma di resistenza intellettuale. Egli ci ricorda che la realtà è quasi sempre più ambigua delle narrazioni che ne facciamo. Che gli individui possono appartenere contemporaneamente a più mondi. Che le contraddizioni non sono necessariamente errori da eliminare, ma aspetti costitutivi dell’esperienza umana. Che il desiderio di ridurre tutto a una spiegazione unica produce spesso più illusioni che conoscenza.

Ma collegare, per Morin, significava anche mettere in relazione le generazioni. Pochi intellettuali hanno attraversato il tempo storico con la sua stessa ampiezza. Nato nel 1921, partecipò alla Resistenza francese, assistette alla ricostruzione dell’Europa, visse la Guerra fredda, la decolonizzazione, il Sessantotto, la globalizzazione, la rivoluzione digitale e l’inizio del XXI secolo. Avrebbe potuto trasformare questa esperienza in un’autorità distante, nel privilegio di chi parla dal passato. Scelse invece una strada diversa. Fino agli ultimi anni della sua vita continuò a dialogare con i più giovani. Continuò a interrogarsi sui cambiamenti del presente senza assumere il tono di chi possiede già tutte le risposte. In un’epoca in cui molte figure pubbliche sembrano cercare soprattutto conferme alle proprie convinzioni, Morin ha conservato una rara disponibilità al dubbio. Non il dubbio paralizzante dello scetticismo assoluto, ma quello fecondo di chi considera ogni conoscenza come un processo aperto. Forse è anche per questo che il suo pensiero non appare invecchiato. Molte teorie sopravvivono al proprio autore soltanto come documenti storici. Le si studia per comprendere un’epoca ormai trascorsa. Morin, invece, continua a parlare direttamente al presente perché non offre formule definitive. Offre strumenti. Non propone una dottrina da applicare, ma un atteggiamento mentale da esercitare. E questo atteggiamento nasce da una consapevolezza fondamentale: il mondo umano è inseparabile dall’incertezza. Una parte considerevole della cultura contemporanea promette il contrario. Promette previsioni perfette, modelli esaustivi, spiegazioni totali. Morin ci ha insegnato invece che l’incertezza non è un incidente della conoscenza. È una sua componente strutturale. Conoscere significa avanzare all’interno dell’incertezza, non eliminarla. Il pensiero complesso non è un invito alla confusione, come talvolta si è superficialmente sostenuto. Al contrario, è un invito alla responsabilità. Ci chiede di riconoscere la pluralità dei fattori in gioco prima di formulare giudizi. Ci invita a diffidare delle scorciatoie interpretative. Ci ricorda che le soluzioni semplici a problemi complessi raramente sono vere soluzioni. Forse è proprio qui che si trova il nucleo più vivo della sua eredità. In un tempo dominato dalla velocità delle reazioni, dalla logica degli slogan, dalla pressione costante a schierarsi immediatamente, Morin continua a suggerire una pratica diversa del pensiero. Una pratica più lenta, più esigente e più umile. Un pensiero capace di mettere in relazione invece che separare, di comprendere invece che ridurre, di interrogare invece che decretare. La sua scomparsa non rappresenta soltanto la perdita di uno dei grandi intellettuali europei del Novecento. Segna anche il congedo da una figura che ha incarnato un’idea sempre più rara della cultura: quella secondo cui il sapere non serve a dominare il mondo, ma a comprenderne la complessità. Non serve a chiudere le domande, ma a renderle più profonde. Non serve a costruire certezze inattaccabili, ma a sviluppare la capacità di abitare le contraddizioni. Per questo il suo insegnamento continua a riguardarci. Non soltanto come patrimonio teorico, ma come esercizio quotidiano dello sguardo. In un mondo che tende incessantemente a frammentare, separare e polarizzare, Edgar Morin lascia un invito che appare oggi più necessario che mai: ricomporre. Ricomporre ciò che viene diviso, ricostruire ciò che viene spezzato, riconoscere le connessioni là dove tutto sembra suggerire separazione. Perché comprendere, in fondo, significa ancora questo: scoprire che nessuna parte del mondo esiste davvero da sola.

 

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(30 maggio 2026)

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