di Marco Maria Freddi

Leggo sulla Treccani che l’aporofobia è il disprezzo della povertà, un sentimento che indica il rifiuto verso i poveri. È una forma di discriminazione specifica contro chi non possiede risorse economiche o sociali, distinta dal razzismo o dalla xenofobia, perché descrive la paura per la povertà o per i poveri e può essere intesa anche come ripugnanza o ostilità davanti al povero o all’indifeso.
Ed è ciò che in tanti rifiutano come idea.
È più facile parlare di rifiuto dello straniero, di xenofobia, di razzismo, ma nella pratica quotidiana ciò che si colpisce non è il passaporto, è il portafoglio. A nessuno verrebbe in mente di insultare, odiare o non volere a cena a casa propria George Weah, Samuel Eto’o o Kevin Prince Boateng, calciatori amati e celebrati, perché queste persone non sono un problema. George Weah è un ex calciatore professionista diventato presidente della Liberia, Samuel Eto’o è un ex attaccante e oggi dirigente del calcio camerunense, Kevin Prince Boateng è un ex calciatore che ha giocato per club come Hertha Berlino, Milan e Schalke. Il bersaglio non è chi viene da fuori, ma chi è povero. Questo rifiuto ha un nome preciso, ed è un concetto che dobbiamo prendere sul serio perché descrive un meccanismo di classe.
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Il termine è utilizzato per denunciare che sotto molte ostilità razziste e xenofobe si nasconde una fobia diversa, quella verso i poveri. Le persone ricche, indipendentemente dall’origine, vengono accolte bene, molto bene. Le persone povere, che siano migranti o italiani, vengono trattate male, molto male. Non è l’origine che disturba, è la mancanza di risorse, è l’essere senza mezzi, ed è questa condizione a scatenare chiusura sospetto ed esclusione. La differenza chiave con la xenofobia sta proprio qui, ci sono società che accettano immigrati o membri di altre etnie a patto che si trovino in una buona situazione economica e portino fama o altri beni.
Quando hai avuto fortuna, cioè quando nasci con reddito, reti sociali, documenti in regola, ottieni accesso. Quando ti manca quella fortuna vieni escluso. Se hai denaro nessuno ti chiede da dove vieni, se non ne hai tutti trovano un motivo per evitarti. Non è un caso, è un comportamento sistematico. È aporofobia.
L’esperienza quotidiana mostra che, anche quando il dibattito pubblico invoca la xenofobia, nella realtà opera una selezione di classe. I rifugiati politici, i migranti poveri, l’italiano che vive per strada o chi non ha nulla da offrire al mercato subiscono gli ostacoli maggiori, perché sono poveri. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2022 afferma che l’aporofobia (povertyism), cioè gli atteggiamenti negativi verso le persone che vivono in povertà, è tanto onnipresente tossica e dannosa quanto il razzismo o il sessismo e deve essere trattata allo stesso modo; è per questo che i governi nazionali quanto quelli locali, dovrebbero introdurre azioni positive a favore dei poveri. La convinzione pericolosa secondo cui chi vive in povertà è colpevole della propria condizione è radicata e non sparirà da sola, e che è ora che la legge intervenga per vietare la discriminazione per status socioeconomico come già avviene per origine, sesso, età o disabilità.
Questa discriminazione non è un incidente, è strutturale, perché si è radicata nelle istituzioni pubbliche e private, nelle amministrazioni, nel terzo settore e le associazioni legate alla Chiesa Cattolica, e questo distorce il sistema contro chi è in povertà e non è in grado di aiutarsi a autodeterminarsi. Si giudicano più duramente i curriculum quando l’indirizzo rivela povertà, i proprietari rifiutano affitti a chi riceve sussidi, persino i giudici emettono sentenze più severe sulla base di stereotipi contro i poveri e le sentenze per patteggiamento sono molte, troppe. La povertà non sarà mai eliminata finché si permette all’aporofobia di restringere l’accesso a istruzione casa lavoro e prestazioni sociali.
I dati lo rendono evidente anche vicino a noi. In Italia, secondo l’Istat 2023, la povertà assoluta colpisce quasi 5,7 milioni di persone, il 9,7 per cento della popolazione, e il Censimento permanente 2021 conta 96.197 persone senza tetto e senza fissa dimora. A livello nazionale, il monitoraggio 2024 di fio.PSD su 434 persone senza dimora decedute ha rilevato che il 47 per cento è morto per eventi traumatici e accidentali, tra cui aggressioni, incidenti e suicidi. Questi numeri non sono fatalità, sono il prodotto di scelte politiche.
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E qui entra in gioco una verità elementare che la cultura socialista e di sinistra ripete da sempre. Nessuno sceglie dove nasce, in quale famiglia, in quale paese, in quale contesto socioeconomico e culturale. È puro caso. E noi non abbiamo alcun merito per essere nati dalla parte avvantaggiata della distribuzione della ricchezza. Per questo discriminare sulla base della povertà è non solo ingiusto, è assurdo sul piano politico. Significa punire persone per una condizione che non hanno deciso e che il sistema economico rende più dura attraverso disuguaglianze strutturali precarietà salari bassi affitti inaccessibili servizi pubblici indeboliti. A livello ideologico l’egemonia del pensiero neoliberale, basato su individualismo, competitività e meritocrazia, presuppone che il successo dipenda solo da volontà sforzo e talento e che nulla abbiano a che fare le circostanze socioeconomiche del paese di nascita la salute o il capitale sociale culturale o economico dei genitori. È questa narrazione a trasformare la povertà in colpa individuale invece di riconoscerla come fallimento collettivo.
La prossima volta che osserviamo una reazione di fastidio, di paura o di rifiuto, chiediamoci se stiamo reagendo a una cultura diversa o a una tasca vuota. Se è la seconda, il dovere politico è chiaro. Non serve distanza, servono rispetto e molto di più. Servono riconoscimento pubblico, protezione sociale e redistribuzione, e serve che le amministrazioni pubbliche, insieme al terzo settore, attivino percorsi amministrativi, sociali e sanitari personalizzati, perché chi è stato colpito dall’azzardo della nascita e dalla violenza della disuguaglianza non ha bisogno di carità, ha bisogno di diritti garantiti.
E tocca a noi, come collettività, costruire le condizioni materiali perché quel rispetto non resti una intenzione ma diventi pratica quotidiana.
(16 maggio 2026)
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