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Donald Trump non è un incidente della storia, né un clown fuori controllo

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di Marco Maria Freddi
È un fascista con potere reale, e la lettera inviata al primo ministro norvegese lo dimostra senza possibilità di equivoci. Non siamo davanti a una provocazione pittoresca, ma a un atto politico gravissimo, il ricatto esplicito di un alleato, la minaccia diretta a un Paese europeo, l’uso della politica estera come strumento di vendetta personale.
Trump scrive al Primo Ministro una lettera di un’infantilismo vergognoso e grottesco, in cui mette nero su bianco una minaccia senza precedenti: non avendo ricevuto il Nobel per la Pace, da questo momento si sentirà sciolto da ogni obbligo verso la pace stessa. È la brutale logica del leader autoritario, se non mi celebri, ti punisco, se non mi obbedisci, ti colpisco. Non è diplomazia, è estorsione pura applicata ai destini del mondo. Più che un bullo di quartiere eletto democraticamente, è un criminale che rischia di mettere in ginocchio il mondo intero.

Il passaggio sulla Groenlandia è ancora più rivelatore. Trump riscrive la storia, nega la sovranità danese, rivendica il diritto di appropriarsi di un territorio europeo in nome di una sicurezza globale che coincide, guarda caso, solo con l’interesse americano. È linguaggio da predone, non da presidente.

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È lo stesso lessico usato da tutti i fascismi, forza, dominio, sicurezza come alibi per l’espansione. A questo aggiunge una mitologia ridicola sulle “otto guerre fermate”, molte delle quali non sono mai esistite, mentre i conflitti reali vengono strumentalizzati o ignorati. Il tutto culmina in un ricatto mafioso, dazi devastanti contro diversi Paesi europei se non si piegheranno. Altro che alleanza atlantica. Questo è gangsterismo politico.

Ma sarebbe un errore fermarsi a Trump. Perché mentre lui attacca l’Europa dall’esterno, dall’interno agisce un’altra minaccia altrettanto pericolosa: Viktor Orbán e i suoi alleati europei. Un fascista in giacca e cravatta che governa l’Ungheria smantellando sistematicamente lo Stato di diritto e lavorando apertamente per distruggere l’Unione Europea. Orbán non è un’anomalia isolata. È il perno di una rete internazionale di autoritari che si sostengono a vicenda, si legittimano, si coprono. A sostenerlo in vista delle elezioni ungheresi ci sono Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Marine Le Pen, Alice Weidel, Herbert Kickl, Santiago Abascal, Andrej Babiš. E poi Aleksandar Vučić, Javier Milei, Benjamin Netanyahu. Nomi diversi, Paesi diversi, stesso progetto politico: potere senza democrazia. Tutti pronti a parlare di patria mentre sabotano l’unico spazio politico che può davvero garantire sovranità ai cittadini europei che è l’Unione Europea.

Il legame tra Trump e gli alleati dell’estrema destra europea è evidente. Trump ricatta l’Europa e loro, da buoni vassalli, la indeboliscono dall’interno. Trump disprezza il multilateralismo e loro lo paralizzano. Trump tratta gli alleati come sudditi e tutti loro, a modo loro, lavorano per esserlo. Intorno a loro, una schiera di finti patrioti che li votano, si inchinano, balbettano e giustificano. Gente che invoca la sovranità nazionale solo quando serve a concentrare il potere, a silenziare l’opposizione e a controllare media e magistratura.
Il fascismo oggi non marcia in uniforme. Vota, poi svuota il voto. Parla di libertà, poi la cancella. Usa le istituzioni per demolire le istituzioni. Orbán lo fa in Ungheria, Meloni e Salvini in Italia, Trump tenta di farlo su scala globale, i loro sostenitori li imitano e li coprono. E gli elettori che non vedono, o fingono di non vedere, stanno contribuendo a una deriva che l’Europa ha già conosciuto fin troppo bene.
Questo non è uno scontro ideologico qualsiasi. È un passaggio storico. O l’Europa capisce che Trump, Orbán, Meloni, Salvini e i loro alleati di estrema destra sono nemici dichiarati della democrazia, oppure si prepara a pagare un prezzo altissimo.
Perché quando i fascisti tornano, non lo fanno mai dicendo di essere fascisti. Lo fanno parlando di ordine, sicurezza e patria.

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(24 gennaio 2026)

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