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Meloni tra sarcasmo, politica da social e battute da bar

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di Daniele Santi

Trionfante nei suoi 61′ da avanspettacolo di fine Atreju, la fantasiosa presidente del Consiglio in veste di capopopolo della truppa di Fdi, ha preferito lanciare battute, fare sorrisetti e risatine, prendersela con l’opposizione “che rosica” e “mangia kebab” in opposizione al riconoscimento Unesco (sembra che l’abbia inventata FdI la cucina italiana), quando avrebbe potuto soffermarsi, ad esempio, sulle ragioni per cui da 36 mesi la produzione industriale non cresce.

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Ma la presidente del Consiglio non si occupa della realtà, lei guarda alla sua, quella realtà che le conviene, e utilizza il linguaggio da social che le è proprio per parlare esclusivamente ai suoi, per i quali esclusivamente governa, in barba a tutti coloro i quali (la stragrande maggioranza degli Italiani) non solo non la votano, ma hanno smesso di votare come protesta contro questa politica da tifoserie che non risolve un solo problema, anzi continua a crearne.

Del resto la premier era giustamente euforica: un bagno di folla – pienone dalle 10 del mattino – per la nuova regina di Roma e di tutto il globo terracqueo, e l’adrenalina che fa brutti scherzi. A volte porta persino a esagerare. Spesso a sragionare. E da quella poltrona pro-tempore non si dovrebbe mai andare oltre e arringare le tifoserie come allo stadio.
Ma ognuno fa quello che può. O che sa.

Una finanziaria a crescita zero, una recessione che incombe (a scadenza del PNRR), la crescita industriale pari a zero, le bollette che vanno come vanno, i dati sull’occupazione raccontati ad uso e consumo di chi ci crede, un filo-trumpismo che non porterà che guai, una forte componente pro-Putin nel suo governo, grida e accuse di comunismo a chiunque sia contro, barzellette e battute becere sull’opposizione parlamentare e i guai dietro l’angolo. Poi sarà colpa nostra che l’avevamo detto.

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Dice tante cose Meloni, poche ad uso politico, tutte ad uso interno e in gran parte, soprattutto quando scambia la critica all’opposizione con il confronto da ring condito da dubbie battute razziste su sinistra, pakistani e kebab, battute molto infelici.
Ma al popolo di Atreju (quelli che non sanno cosa sia La Storia Infinita e si accontentano del racconto meloniano come tutti quelli che la votano) deve piacere così.
E Donzelli balla sulle 105mila partecipazioni. Praticamente una medaglia al valore.
Ma il capolavoro è di Antonio Tajani in scadenza che procede alla riesumazione del “patto nato nel 1994 con Silvio Berlusconi“, in perfetta linea con la richiesta di rinnovamento che viene proprio dagli eredi Berlusconi, aggiungendo la qualunque dentro un discorso vuoto di contenuti come vuota è la sua politica estera.

Lei salta attorno al microfono e ballicchia: una ragazzina entusiasta. Che tenerezza.
E’ la populista-bambina del chi non salta comunista è, della sinistra che rosica e che porta jella, mancavano i maranza e le coppie omosessuali per far quadrare i conti quelli che chiudono anche quelli razzismo: “I centri in Albania funzioneranno anche se con un anno e mezzo di ritardo per colpa dei giudici”. E’ l’aforima della premier. E via di piccone a distruggere le fondamenta della Costituzione mentre l’economia è ferma e loro continuano a vendere sogni. Gli imbonitori al potere che non mantengono una virgola di quello che dicono.

Ha proprio ragione Tajani a parlare del “patto nato nel 1994 con Silvio Berlusconi”. E’ il patto del facciamo tutti quello che cazzo ci pare e voi muti, perché c’hanno votato.

 

 

 

(15 dicembre 2025)

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