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Il mondo come lo conosciamo non esisterà più, non abbiamo altra speranza che costruirne uno migliore. Stavolta sul serio

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di Gi. Orvieto

In questi giorni molti di noi si trovano in un limbo, un’angoscia, una paralisi. Chi si chiede se debba continuare la sua vita come se nulla fosse, chi lo fa -perché non è che ne possiamo farne a meno- e in ogni “intervallo” tra una faccenda e l’altra segue aggiornamenti, facendo update alle finestre di Chrome disordinatamente aperte del Guardian, CNN, Il Post, Twitter (almeno questi sono i miei punti fermi). Chi non capisce cosa stia succedendo e si spaventa, chi non vuole saperlo, chi non ci crede, chi vuole capire e cerca di recuperare anni di storia. Il mondo sembra si sia fermato e nello stesso tempo corra molto veloce, sembra passata una mezza vita da giovedì scorso, il giorno in cui il nostro risveglio è stato spiacevolmente accompagnato dalla terribile notizia che le truppe russe ammassate al confine da mesi avevano -davvero- invaso l’Ucraina.

Ieri in palestra una ragazza ha detto: “Ci siamo più viste da quando la Russia ha invaso l’Ucraina?”. È già una data, è già un punto di riferimento nelle nostre menti. Non ci credeva nessuno che sarebbe realmente successo, gli USA possono dirci “ve lo avevo detto”. Affermazione che, in altre condizioni, piacerebbe dire anche a noi. Oltre che una guerra combattuta sul campo, è una guerra di informazione, questa, una guerra di propaganda, dove ogni leader cerca di capire qual è la posizione migliore da prendere. Il mondo rivela tutta la sua complessità ma, mi sento di dire, anche un po’ della sua umanità.

Le corde dell’umanità vengono toccate dai racconti di reporter sul campo che ci narrano di civili che costruiscono molotov, di giovani coppie che si salutano non sapendo se si rivedranno, di un presidente che non lascia il fronte, ma rimane a combattere e chiede armi, non un passaggio, di famiglie nascoste nei rifugi, del razzismo alle frontiere (migranti africani pestati dalle guardie di frontiera ucraine mentre tentavano di passare il confine) e nell’informazione, che anche in scenari così straordinari, purtroppo, non si risparmia. Riusciamo a umanizzare perfino i soldati russi, ingannati e costretti al fronte (mentre l’invasore Putin garantisce alle famiglie risarcimenti in denaro pari a 5 milioni di rubli, parlando di guerra per la prima volta), secondo notizie trapelate dalle Ong in contatto con le madri dei militari russi.

Cerchiamo di capirci qualcosa in questo mondo che nell’ultima settimana ci ha stupito a picchi opposti: in positivo e in negativo. Lo facciamo spesso attraverso i reporter sul campo, perché da bravi umani, abbiamo bisogno di avvicinare le cose per provare empatia. Cerchiamo la storia, ci riconosciamo nelle persone, ci chiediamo se fosse capitato a noi, ora, che la guerra è qui, alle porte di casa nostra. I reporter fanno un lavoro fantastico e necessario, perché a pagare la guerra sono sempre i civili, ed è giusto che il microfono venga dato a loro, tuttavia non ci permettono di capire davvero cosa succede, proprio perché sono troppo vicino. Pensare che anche le più autoritarie analisi di geopolitica non l’avessero predetto, rimanendo sulla chiave dell’empatia, sulla mancata comprensione del leader russo, che ora è proprio quella di cui abbiamo bisogno per provare a giocare di anticipo: entrare nella mente di Putin sarebbe l’arma più potente nelle mani dell’Ucraina. Ci provano tutti, sembrano dare spiegazioni plausibili, poi lui fa il contrario. L’Europa per anni, Merkel su tutti, ha provato ad avvicinarlo, pensando che creando un rapporto di interdipendenza nascesse un’amicizia: io compro il tuo gas, tu hai bisogno di me e io di te. Invece questa è stata una dipendenza univoca, una relazione cieca, di quelle che quando l’amante si allontana noi non ce ne accorgiamo, perché non vogliamo crederci.

Comunque, tornando al tentare di capirci qualcosa, che a posteriori, come in ogni fine di relazione che si rispetti, è sempre facile vedere più lucidamente. Per comprendere, se questo è lo sforzo che ci permette davvero di stare al mondo come esseri umani, non secondo all’empatia, certo, ma che ci rende gli esseri con maggiore intelletto, sarà meglio uscire dalle bacheche dei social network e capire l’empatia della diplomazia internazionale, che, pure quella, ha reso la diplomazia stessa un po’ più umana, pur non abbandonando il nostro proverbiale istinto di autoconservazione animale. Smettere di chiederci, da esseri umani bisognosi di certezze e progetti, cosa succederà, perché tanto neanche le analisi di geopolitica internazionale lo possono prevedere, altrimenti non saremmo dove siamo, se potessero. Dice bene Nicholas Taleb: il cigno nero è quell’evento inaspettato, che cambia completamente il corso delle cose. Tendenzialmente sono catastrofi, come fu quell’11 settembre che cambiò l’assetto del mondo. è nel cigno nero che le cose mutano, spesso bruscamente, è nella nostra capacità di esseri umani di reagire agli imprevisti e di cambiare in virtù di questi, nella nostra reazione di coping e poi, quell’innato adattamento.

Il cigno nero è questo, è qui, e noi abbiamo l’occasione di capirci qualcosa, di ammirare l’unità della diplomazia, assistere all’evoluzione di una guerra che si sforza di non essere armata, responsabile per compensare l’irresponsabilità dall’altra parte. Coltivare l’amore per la democrazia, ma, nello stesso tempo, ricorrere a quella parte di raziocinio che ci aiuti a comprendere quanto è irrazionale ciò che sta succedendo, non fermarci alla sorpresa dell’inaspettato.

A distanza di quasi una settimana, anche coloro (e parlo di paesi) che non hanno voluto prendere una posizione non possono farne a meno, di fronte a tali barbarie. Lavoro a questo articolo da giorni, ma ogni parola mi sembra insufficiente, vana. Ho sentito il caporedattore oggi, mi chiede se sto bene, mi dice che lui “crede di stare bene. Che è una risposta meno scema di quella che sembra”, rispondo lui che “No, non lo è. In questo momento è tutto un credere, un presupporre, un mettere in dubbio ogni azione e stato d’animo, un’incredulità che pervade prepotente ogni emozione, lo capisco”.

Il mondo come lo conosciamo non esisterà più, la speranza è che quello a cui ci affacciamo sia un mondo migliore. Un mondo che non si ricorda delle atrocità della guerra solo quando si disturbano testate nucleari, un mondo che è in grado di empatizzare anche chi è distante e ha un colore diverso della pelle, connotati diversi dai nostri. Risulta difficile crederlo davanti ad immagini strazianti come quelle trasmesse dai media in questo momento, ma è proprio in questa estrema polarizzazione che possiamo vedere la luce, non dimenticarci che la luce esiste perché esiste il buio, che la luce va alimentata, paradossale che sia proprio quel gas a cui non vogliamo rinunciare che fino ad ora lo ha fatto. Manifesto della complessità e della necessità imprescindibile, a volte, di dover prendere una posizione e che prenderla possa voler dire rimanere al buio per imparare ad autoalimentarsi, e avere nuova luce.

 

(4 marzo 2022)

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