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“Giustappunto!”, di Vittorio Lussana: la Lobby dei “piccoli”

di Vittorio Lussana #Giustappunto twitter@vittoriolussana #Lobby

 

 

Si è tenuta a Roma, in questi giorni, presso il Teatro Eliseo, l’assemblea degli Stati Generali della piccola e media impresa, organizzati dall’associazione ’Valore impresa’, presieduta da Gianni Cicero. Si è trattato di un appuntamento importante, poiché si sta cercando di far riprendere un settore che potrebbe avere un ruolo non secondario, in futuro, per riuscire ad assorbire buona parte della disoccupazione giovanile, incentivando quelle piccole ‘start up’ che sono nate nel Paese in questi ultimi anni. Dopo un saluto di Antonio Tajani, presidente del parlamento europeo, si è avuta la consueta trafila di ospiti, politici e non, che hanno espresso le proprie ‘buone intenzioni’ e qualche rassicurazione. Sembrerebbero esserci le condizioni per riuscire a incidere su un settore, quello della libera iniziativa privata, che ha il vantaggio di essere assai più snella e concreta rispetto alla grande imprenditoria privata, impedendo la fuga dei nostri giovani laureati all’estero e un risveglio dei nostri mercati interni. L’Italia, infatti, è il Paese di una solidissima ‘piccola industria’, di imprese ‘residuali’ che approvvigionano un mercato ‘atomizzato’ di aziende ‘anticicliche’ che assoldano mano d’opera nelle fasi di bassa congiuntura, di industrie ‘interstiziali’ che soddisfano una domanda fortemente specializzata. Il nostro sistema economico possiede, cioè, una grande ‘spina dorsale’: quella dell’imprenditoria ‘periferica’, che non è affatto marginale rispetto ai tradizionali circuiti di scambio. Le manifatture con meno di 250 addetti sono compattamente distribuite nel centro-nordest della nostra penisola. E, storicamente, hanno avuto una forte propagazione per via imitativa, generando un’area del mobile nel veronese, della produzione di scarpe nel varesotto, delle cucine componibili nelle Marche e cosi via. Si tratta della cosiddetta ‘terza Italia’, quella che vorrebbe trovare una strada per espandersi e rilanciare il nostro ‘Made in Italy’ sui mercati internazionali, poiché presenta forti fattori di integrazione socio-culturale che riducono la conflittualità, riproducendo una forza–lavoro saldamente affidabile nei confronti di un sistema intrinsecamente ‘altro’ rispetto ai tradizionali rapporti di produzione capitalistica. Insomma, i capitalisti ‘veri’, che rischiano i propri soldi, in questo Paese esisterebbero. Eppure, raramente vengono tutelati, incentivati, aiutati. Anche quando lo meriterebbero a pieno titolo. E’ dunque necessaria una ‘nuova alleanza’ tra imprenditori medi e piccoli, affinché il Paese possa resistere a quelle pressioni che contrappongono le esigenze di controllo della spesa pubblica al sostegno di certi ‘carrozzoni’, i quali, nel corso dei decenni, hanno assecondato, in linea di fatto, un sistema finanziario di aiuti statali salvo poi disdegnare in pubblico ogni genere di teoria tesa a razionalizzare un sistema di servizi pubblici dignitosamente efficienti. In ciò, lo stesso ceto medio dovrebbe essere assai più attento, al fine di non lasciarsi incantare dalle ‘sirene’ della demagogia imprenditoriale più dirigista e ipocrita. Il ceto medio italiano deve cominciare a guardarsi proprio dai grandi capitalisti, anziché dubitare delle intenzioni dello Stato. Il quale, per indole naturale, è indotto a fare il proprio interesse, al fine di predisporre una seria regolamentazione della spesa e un plausibile riassesto del bilancio.

Gli slogan populisti e le ‘boutades’ di alcuni ricchi alla Flavio Briatore appaiono considerazioni risibili, che rendono soddisfazione proprio a quell’intellettualità politicizzata che pretenderebbe l’avvento di un socialismo burocratico, alle cui enunciazioni di principio non seguono quasi mai puntuali elaborazioni programmatiche.

Compito della classe media è invece quello di comporre un nuovo ‘mosaico’: un atlante di affinità e differenze, provando a smantellare quelle incrostazioni clientelari che creano solamente un’economia di ‘relazione’ a vantaggio di pochi. Un sistema che ha causato una serie di ‘crack’ bancari e finanziari, che hanno danneggiato fortemente la nostra immagine sui mercati internazionali, rendendo altresì il nostro capitalismo un mero coacervo di interessi oligarchici e parassitari, chiusi a ogni genere di espansione e di nuova cittadinanza economica in favore di imprenditorialità e di soggetti produttivi moderni, innovativi e realmente competitivi.

 





 

(6 luglio 2018)

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