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All’Armi siam Pirozzi, parte seconda: o di come far cadere Nicola Zingaretti col notaio

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Nicola Zingaretti ha vinto le elezioni in Lazio dello scorso 4 marzo, ma non ha la maggioranza sufficiente a governare così cosa sta pensando il buon Pirozzi da Amatrice, l’uomo che nemmeno la destra voleva fra i piedi, buon ultimo tra i candidati votati con una percentuale che è un peccato ricordargli? Pensa di far firmare al notaio i 26 consiglieri di minoranza per far decadere Zingaretti, tornare ad elezioni e sperare contro ogni speranza di vincerle, perché Zingaretti non sarebbe più candidabile.

E pare che Matteo Salvini, al quale il buon Pirozzi guarda con simpatia ricambiata, sia d’accordo.

Dal PD tutto tace, ed è certo meglio così considerando che il metodo suggerito da Pirozzi è lo stesso che il partito ha utilizzato per far saltare Ignazio Marino, ma chi grida con indignazione è il centrodestra che seccamente smentisce l’iniziativa pirozziana del genio da Amatrice. Non è vero. Dicono.

Ma Pirozzi smentisce, e smentisce con una dichiarazione all’AGI parlando di una  “iniziativa politica piuttosto semplice, che consentirà però di scoprire tutte le carte e vedere chi veramente era d’accordo con chi” quindi “attendere la proclamazione degli eletti” per poi recarsi da un notaio e “ufficializzare le dimissioni in blocco di tutti i consiglieri regionali di minoranza, dopodiché indire una conferenza stampa per spiegare a tutti quello che succederà, ovvero che la regione Lazio tornerà al voto entro 60 giorni, e che Nicola Zingaretti non potrà più ricandidarsi”.

Rischia quindi di aprirsi una nuova indimenticabile pagina politica che ha come ispiratore qualcuno che proprio non può sopportare di perdere, nemmeno quando le urne hanno parlato chiaro e che ricorre a qualsiasi mezzo per frapporsi tra le urne, il popolo che ha votato, il vincitore e la libera [sic] espressione di voto dei cittadini. Pirozzi ama ergersi ad esempio e senza dubbio ci sta riuscendo.

 





(16 marzo 2018)

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