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HomeNotizieCome se fosse una cosa seriaA proposito di un nostro articolo su Marco Travaglio e sui suoi...

A proposito di un nostro articolo su Marco Travaglio e sui suoi compensi

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Testo:

di Daniele Santi

 

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A proposito del nostro articolo su Marco Travaglio e sui compensi da lui percepiti per la sua collaborazione con La7, c’è qualcosa che ci sentiamo di dover aggiungere dopo il gran numero di commenti che ci sono piombati addosso. La questione è semplice: ci stavamo ponendo il problema del filo rosso che lega l’essere contro qualcosa e l’agire come se quel qualcosa godesse invece della nostra totale approvazione. Quel filo rosso si chiama opportunismo. E’ evidente che Marco Travaglio  è un ottimo professionista, sennò non starebbe dove sta, ed è evidente che Il Fatto Quotidiano non è diventato il giornale che è per induzione divina, ma per una serie di intuizioni che fondatore, direttore e giornalisti hanno avuto. Ogni giornale ha una linea editoriale. Se incontra il favore del pubblico non c’è nulla da dire.

Molto si può dire invece, ed il diritto di critica non può essere tolto a nessuno, mentre quella di offendere sì e spesso Travaglio si è spinto molto in là, sullo stile del nostro. Per un professionista del giornalismo che si erge a fustigatore dei costumi altrui, a paladino dell’onestà, a scoperchiatore di vasi di Pandora (tutti i giorni uno nuovo), ad accusatore dei lauti guadagni altrui, un contratto con clausole di riservatezza per nascondere gli accordi con La7, assolutamente legittimo, è suscettibile di critica perché si nota una discrepanza, I’m here to tell you, tra ciò che si dice e ciò che si fa. Faccio guadagnare ascolti, sono un professionista. Mi pagate bene. Cosa c’è di riservato? Cosa c’è di sbagliato? Allora perché la riservatezza? Omaggio all’understatement ? Benissimo, però non sputtaniamo tutti gli altri.

Ci è poi risultato particolarmente divertente leggere i commenti di numerosi lettori membri di gruppi Facebook legati alla sinistra cosiddetta radicale, che – proprio perché ci vogliamo far male da soli – non ci preoccupiamo di definire un po’ reazionaria. Commenti che andavano tutti nella stessa direzione, quella della legittimità dei guadagni di Travaglio, quando nessuno la contestava, del qualunquismo del nostro articolo, quando qualunquismo non lo leggevamo più dal 1977 e del semplificare tutto nel calderone dell’ognuno fa quello che vuole e voi che giornalaccio siete continuo a leggere Il Fatto.

Ma il punto non è togliere lettori a Il Fatto o guadagnarne noi – mai avremmo pensato di averne tanti, ringraziamo tutti i giorni. Il punto è cercare di riportare le questioni sul binario dell’onestà intellettuale, del faccio ciò in cui credo e non quel che mi conviene; ascolto ciò che è giusto e agisco per ciò che è giusto, ma quel che è giusto non può cambiare ogni due giorni a beneficio delle copie vendute e dei click o secondo necessità di audience televisiva. Il Fatto Quotidiano sta bene dov’è, in edicola e sul web. E meglio avere un Marco Travaglio che dice quello che gli pare piuttosto che un Marco Travaglio zittito perché gli si toglie la libertà di parola. Ma il diritto di critica, anche il nostro, va rispettato sennò va tutto bene soltanto finché si dice quel che penso io, altrimenti è guerra.

E, per fortuna, anche se non si sa per quanto viste le teste che ci sono in giro, la pace la viviamo ancora. Se poi la questione è il fate quel che dico, ma non quel che faccio non ci stupiamo. Questa, e solo questa, è l’Italia da social. E Travaglio, anche gli amici della sinistra radicale dovranno ammetterlo, la cavalca assai bene.

 

 

 

(12 giugno 2017)




 

 

 

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