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#Human Pride vuol dire che tutto ciò che non è ghei non è human?

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#Human Pridedi Il Capo

 

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In occasione del Roma Pride 2015, che come ogni anno sarà una magnifica festa per le (poche) strade di Roma (piazza Repubblica / piazza Venezia, ci si arriva in venti minuti di buon passo), ci spiace dover sottolineare l’assoluta mancanza di umiltà di certo associazionismo che di professione fa l’organizzatore di Pride e il denunciatore di ciò che gli altri non fanno che riesce in un flop comunicativo senza precedenti.

 

#Human Pride è il trionfo del nulla, ancora di più se associato a visi di (soprattutto) giovani e (pochi) meno giovani fotografati in espressioni che vogliono essere aggressivo/rassicuranti, ma anche no, che insomma non abbiam capito bene neanche noi dove andare. Cosa importa? Direte voi. Purtroppo importa. Diremo noi.

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Se vi date una letta al manifesto politico del Roma Pride 2015 troverete che dello #Human di cui si vaneggia in uno slogan che è appunto solo tale, c’è assai poco. Il linguaggio sembra mutuato da un manifesto di certa sinistra che eranbuonisololoro degli anni ’70, si parla confusamente di tutto senza dire niente, perché per accontentare tutti non, affinché nessuno si senta escluso (e perché dovrebbe?) si cita e si cita e si cita, ma senza formule credibili, senza programmi chiari, usando le parole come cortina fumogena per nascondere il nulla.

 

Al paragrafo Identità, ad esempio, citiamo testualmente:

 

Siamo donne, padri, migranti, froce, travestiti, disoccupate, antifascisti, precari, atei, studenti, operaie, insegnanti, artiste, trans, lesbiche, anziani, calciatrici, drag queen, queer, persone al primo coming out, persone per la prima volta al Pride, omosessuali, fratelli, sorelle, femministe, disabili, uomini, genitori di figli omosessuali, professioniste, sognatori, lavoratori, persone in HIV, drag king, giovani, intersessuali, sportivi, bisessuali, gender-fluid, lavoratrici, credenti, attiviste, intellettuali, madri, genitori omosessuali, eterosessuali…

Siamo così tante e così tanti che non è possibile fare un elenco completo né descriverci compiutamente. Siamo molteplici, non conformi e nel Pride ci riconosciamo perché rivendichiamo l’unicità e la pari dignità di ogni individuo, a partire da un’idea: la diversità è la vera condizione naturale di tutti gli esseri viventi ed è pertanto ciò che più ci accomuna al di là di ogni etichetta o appartenenza.

 

Ma se è così ovvio perché scriverlo? Questa retorica buonista-catto-comunista che parla all’ombelico dell’associazionismo delle sigle, ha davvero bisogno di tutto questo? Non viene da chiedersi a nessuno, mai, tra questi straordinari strateghi della comunicazione ellegitibierressetiuvizeta che non ci si radicalizza con i manifesti o con i manifesti politici, ma l’unica radicalizzazione possibile e necessaria è quella di tenere il punto e creare unità? Non si sono mai questi questi gèni della #humanità come mai i vari Onda Pride, Roma Pride, Milano Pride, Oddio c’è il Pride, Che mi venga un Pride, non riescono a portare in piazza più di un milione di persone in un intero Paese? Perché il 70% delle persone omosessuali che si riconoscono come tali ai vari Pride non ci vanno? Sono capaci di ascoltare, questi signori degli anelli dell’associzionismo ghei che in fondo sono interessati solo al loro apparire e all’assecondare la loro feroce ambizione personale, coloro che ai vari Pride rifiutano di andarci perché non si sentono rappresentati (e non è questione di due culi nudi)?

 

Il mio parere dissi. E ora sparatemi, voi che di democrazia sapete. Se potessi, come ho sempre fatto quando ho potuto, sarei a Roma al Pride. Purtroppo ci sono momenti in cui il corpo comanda e dice no. E’ uno di quei momenti.

 

Buon Gay Pride a tutte e a tutti. Soprattutto a coloro che lo fanno per sé ed ai quali, nonostante le belle parole, degli altri interessa proprio poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(13 giugno 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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