di Marco Biondi
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Avvicinandosi la data del voto sul Referendum confermativo della riforma della giustizia, mi sembra giusto contribuire dando il mio parere. naturalmente è doveroso ricordare che un parere non è un invito al voto, inteso nel senso della partecipazione, ma nemmeno inteso su cosa votare. Perché il primo, enorme problema di questo referendum è la sua politicizzazione, cosa che con una modifica alla Costituzione del nostro Paese non dovrebbe centrare nulla. E su questo io la penso così.
Partiamo proprio dalle regole che sono presenti nella Costituzione e che dettano i principi ai quali bisogna attenersi quando sorge la necessità di apportarvi delle modifiche.
Il referendum confermativo è il ripiego al quale bisogna ricorrere quando non si riesce a raggiungere un accordo politico sulle modifiche da apportare. Infatti, la Costituzione può essere modificata dal Parlamento – non dal Governo – ed è efficace a condizione che tali modifiche siano approvate da una maggioranza non inferiore ai due terzi dei componenti del Parlamento (Art. 138).
Ciò significa che i nostri padri costituenti ritenevano che, nel caso fosse necessaria una modifica alla Costituzione, sarebbe stato richiesto un lavoro a livello parlamentare che consentisse di giungere ad un accordo a larga maggioranza. Questo, purtroppo, non è avvenuto nemmeno in questo caso, perché è prevalsa, fin dall’inizio, l’impostazione politica di voler giungere a delle modifiche quasi a sfregio di chi non lo riteneva giusto o opportuno. Questa situazione, credo, la dice lunga sul clima che i nostri politici sono riusciti a creare e che svilisce i principi costituzionali a danno della competizione politica o delle ambizioni personali dei leader stessi.
Solo questo fatto, a mio avviso, spinge una fascia importante di popolazione ad orientarsi sul NO. Se tu vuoi imporre la tua volontà perché hai la maggioranza dei seggi, io, se posso, cerco di impedirtelo. E questa sarebbe una reazione assolutamente normale e condivisibile, se non andasse a penalizzare il senso della riforma.
Il tentativo quindi che noi tutti dovremmo fare è di cercare di capire se queste modifiche sono corrette e convenienti per la nostra democrazia, al di là delle fazioni che le hanno proposte.
Un carico non da poco messo sulle spalle di semplici cittadini, mi viene da dire. E grazie, classe politica che ci costringete a tanto. Davvero grazie. E poi vi meravigliate se cresce l’astensione! Perché, se questi sono i presupposti, anche l’istinto di non andare a votare trova le sue buone ragioni, dalle quali, naturalmente, io mi dissocio, ma che non posso, a malincuore, non comprendere.
Per analizzare cosa si andrebbe a modificare nella Costituzione, credo sia giusto partire quindi da un punto di vista tecnico. Quali sono, per noi cittadini votanti, i problemi che dovrebbero essere risolti nel funzionamento della giustizia nel nostro Paese? Perché quando si propongono delle modifiche, dovrebbe essere naturale pensare se le stesse servono per sistemare qualcosa che non va o meno.
Il mio parere è che la giustizia non funziona adeguatamente o funziona male, ma queste modifiche toccano solo in modo estremamente marginale i suoi problemi.
Se il popolo italiano rinuncia a votare fa un favore a chi della democrazia si è stancato
Leggi l'articolo →Ora spiego il mio pensiero.
La Costituzione, nella parte non modificabile, prescrive la certezza della pena. Questo significa che i processi dovrebbero essere fatti con celerità e accuratezza, in modo che – consentendo tutti gli strumenti di difesa previsti – si giunga ad un giudizio certo in tempi ragionevoli. Invece non è così, e lo sappiamo tutti molto bene.
Al momento mancano ancora dati ufficiali relativi al 2025, ma la tendenza storica è che tra 100.000 e 130.000 processi ogni anno finiscano con una assoluzione per prescrizione. Ovvero senza che si completi il giudizio e si stabilisca in maniera definitiva se l’imputato è colpevole o innocente. Questo si traduce in una “incertezza della pena”!
Molti di noi ricorderanno negli anni dei Governi Berlusconi quante modifiche ai termini di prescrizione furono apportati per consentire all’ora defunto premier di togliersi dalle scatole tanti processi dei quali era parte in causa. Termini di prescrizione ridotti e udienze saltate per “legittimo impedimento dovuto a impegni legati alla funzione”. E il gioco fu fatto! Banale ricordare come la maggioranza di allora sia la stessa di oggi. Giusto per evidenziare quanto a questa maggioranza importi risolvere i problemi della giustizia. Per completezza di informazione, la riforma Cartabia (L. 134/2021 – Governo Draghi) ha modificato le regole sulla prescrizione e introdotto limiti di durata massima, con l’obiettivo di ridurre significativamente il numero di processi che si estinguono. I benefici si vedranno, si spera, in futuro.
Ma il problema, ovviamente, non è solo quello della prescrizione e della durata, perché a questo si aggiungono innumerevoli casi di processi che devono essere rifatti per errori procedurali, giudizi incommentabili che di fatto concedono pene lievissime accogliendo difese fantasiose che sfruttano spazi concessi dalla legge (tristemente famosa l’assoluzione dall’accusa di stupro perché la vittima indossava i jeans), e, soprattutto, in caso di condanne, colpevoli che non scontano le loro pene in carcere a causa del sovraffollamento delle stesse o di benefici che riescono ad essere ottenuti magari grazie a condizioni economiche particolarmente floride degli inquisiti, oltre alle migliori difese che si possono permettere, cosa, questa, di certo non in contrasto la Costituzione, ma incontrovertibile verità. Da noi la Legge è uguale per quasi tutti.
Quindi, le priorità dell’attuale Governo non sono state quelle di trovare soluzioni ai decennali problemi che non garantiscono la “certezza della pena” tassativamente prescritta dalla Costituzione. Per quello sarebbero bastate risorse aggiuntive, nuove assunzioni, digitalizzazione e automazione dei processi, edilizia carceraria. Se avessero voluto incidere, avrebbero avuto la possibilità di farlo. Ma non l’hanno fatto.
Invece, hanno pensato bene di affrontare un problema che, se vogliamo essere generosi, si può definire “marginale”. La separazione delle carriere. E qui, ad essere onesti, non c’è da gridare allo scandalo. Probabilmente la separazione delle carriere è una scelta corretta, che, nei vari periodi politici del recente passato, ha visto concordi quasi tutti i partiti, anche quelli che, oggi, si dichiarano contrari. Oltretutto risulta essere prassi nella stragrande maggioranza dei Paesi a democrazia evoluta.
Vediamo allora cosa cambierebbe con la vittoria del Sì.
Si sdoppiano le carriere tra inquisitori e giudicanti e, di conseguenza, si sdoppia il CSM, che rimane, comunque, presieduto dal Presidente della Repubblica. Non cambia nulla. Il cambio riguarda il terzo CSM, quello “superiore” al quale viene affidata anche la parte disciplinare che riguarda tutti i giudici. Non è, di per sé, uno scandalo, anzi.
A questo proposito vorrei ricordare un fatto che è accaduto qualche anno fa. Riguarda l’allora procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, che fu accusato di molestie sessuali nei confronti di una collega magistrata Alessia Sinatra (in servizio a Palermo) avvenute nel 2015 in un hotel. Il fatto è emerso solo successivamente nel contesto delle intercettazioni dell’inchiesta sul “caso Palamara”. La Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) che ha giudicato il fatto, ha riconosciuto Creazzo responsabile di una “grave violazione del dovere di correttezza e di equilibrio“.
Nel dicembre 2021, il CSM ha condannato il procuratore di Firenze alla perdita di due mesi di anzianità. Per punire una grave violazione!
La sentenza ha ovviamente suscitato polemiche, poiché le motivazioni parlavano di “giustizia privata inammissibile” riferendosi al comportamento della vittima, per le sue critiche sulla tenuità della sanzione inflitta al procuratore. Oltre al danno la beffa!
La Sinatra, a sua volta, ha dovuto infatti affrontare un procedimento disciplinare per il modo in cui ha gestito la denuncia, venendo censurata dal CSM nel 2023. La “casta” avrebbe voluto solo ed esclusivamente il silenzio! Subisci e taci. Tu, donna, come osi lamentarti di un procuratore capo? Il fatto che non sapesse tenere le mani a posto, ovviamente in questo caso, non è stato giudicato rilevante dall’organo giudicante.
Questa triste storia credo possa servire a capire quali sono, al momento, gli equilibri di forza. Esiste una casta che, come tutte le caste, protegge sé stessa ed i suoi potenti. Stiamo parlando di un esempio, uno di tanti, forse tantissimi, che però restano sconosciuti al grande pubblico perché tenuti rigorosamente coperti.
L’altro aspetto del problema “disciplinare” che mi avvelena da sempre, riguarda quelle indagini su nomi famosi, meglio se personaggi politici preferibilmente di primo piano, che periodicamente balzano sulle prime pagine dei giornali. Mi piacerebbe fare nomi, ma, se lo facessi, rischierei di distrarre l’attenzione e passare per uno dei tanti “fans” di questo o di quell’altro.
Esempi nei avrei a bizzeffe, ma mi limito ad illustrare il “modus operandi”. Tizio o Caio viene inquisito dal PM “pincopallino” per “traffico di influenze” o “finanziamento illecito” o “corruzione/concussione”. E mi fermo a questi pochi esempi.
Le prime pagine dei giornali vengono monopolizzate dallo scandalo di turno, il politico immediatamente immerso in una gogna mediatica con i partiti dell’opposta fazione che invocano dimissioni, sparizione dalla scena politica, restituzione del maltolto. Inquisito uguale colpevole.
Dopo una decina di giorni, la cosa passa in secondo piano dopo che la difesa e i suoi compagni di partito hanno inveito contro “l’uso politico della giustizia”, la “giustizia ad orologeria” e contro “i giudici politicizzati”. Certo, molti ma non tutti, ovviamente. Ma quai tutti si.
A volte è lo stesso partito dell’inquisito a chiedergli il famoso “passo indietro” (a memoria non ricordo che l’abbia mai chiesto un partito dell’attuale maggioranza, ma questo è un “di cui” poco importante di questo problema).
Ne ricordiamo tutti, credo, decine di episodi di questo tipo. Quello che pochi ricordano, invece è la conclusione di questi procedimenti. La stragrande maggioranza finisce in un “non luogo a procedere” o il “fatto non sussiste”. Non tutti, ovvio, ma moltissimi si. Una percentuale altissima. Nel frattempo, il tizio, magari, ha fatto giorni di prigione, ha detto addio alla sua carriera politica, il suo partito ha perso delle elezioni.
La riforma affronterà questo problema? Cambierà qualcosa se vincesse il Sì? Assolutamente no.
Io invece vorrei che i magistrati che hanno sbagliato, clamorosamente, inquisendo ignari e innocenti cittadini per fatti che con i reati contestati non avevano nulla a che fare, alla fine la pagassero. E vorrei che, nella carriera di questi magistrati, un giorno, qualcuno, stilasse una classifica: tra tutti i procedimenti che sono stati avviati, quanti di questi si sono rivelati processi fondati sul nulla, con il solo scopo di avere rilievo mediatico? E quanti di questi erano finalizzati a danneggiare sempre e solo una parte politica? Questo si che sarebbe un uso distorto della giustizia a scopo politico! La riforma che vorrei, dovrebbe far pagare agli stessi magistrati e non allo Stato i danni causati ed impedire che indagini che coinvolgono personaggi politici venissero nuovamente assegnati a loro. Ma questa riforma non lo prevede. Anche perché, visto che a pensar male a volte ci si azzecca, niente mi toglie dalla mente che molti procedimenti siano istruiti “per commissione” e forse, non solo per interesse personale politico, ma, chissà, magari anche per interesse economico o di carriera dello stesso PM.
Dopo questo sfogo – del quale chiedo scusa ai lettori, ma dal quale non potevo esimermi – procediamo con le modifiche previste e sulle quali siamo chiamati a votare.
Il “caso Palamara” ha scoperchiato quanto tutti conoscevano: i magistrati sono organizzati in “centri di potere”, le famose “correnti”. È un dato di fatto, non un’opinione politica. Se mi permettete, l’aggregazione “per corrente politica” preferirei ignorarla. Quello che non si può ignorare sono i criteri in base ai quali, vengono nominati i magistrati che devono diventare membri del CSM. Ovviamente, se esiste una maggioranza che si riconosce in una “corrente” all’interno della magistratura, quella maggioranza sarà portata a nominare i giudici che fanno parte di quella corrente. Direi che è lapalissiano. Può far comodo a qualcuno? Sicuro! Può dar fastidio a qualcun altro? Certo che si. Questo altro è quello che vuole cambiare la norma ed eleggere i membri del CSM col sorteggio? Ebbene si. Non si può non ammettere.
Ma adesso io mi chiedo e vi chiedo: è giusto o è sbagliato? La risposta che vi darete probabilmente orienterà il vostro voto al referendum. Io preferisco non esprimere la mia posizione. Chiedo però che, nel caso passasse la riforma, i sorteggi non siano lasciati solamente al caso. Quanto meno, vorrei che i candidati all’estrazione rispondessero a criteri ben specifici, quali l’anzianità o l’aver ricoperto incarichi di rilievo. Credo sia il minimo. Poi io non ho competenza per definire questi criteri, ma penso sia ragionevole escludere dai sorteggi magistrati che fanno quel mestiere magari solo da pochi mesi. Il CSM è una cosa seria e tale deve restare.
Quindi l’ultima considerazione che vi lascio è questa: siamo chiamati a votare per una modifica costituzionale, senza sapere, con precisione, cosa prevedrà la Legge nel caso vincesse il Sì. E questa mi sembra una lacuna molto grossa.
Buon voto, a tutti.
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