di Manuel Pirino

Su tutti i social non si parla d’altro. La notizia rimbalza ovunque (anche se è semplice offesa e non notizia): offende, indigna, urla allo scandalo e invoca interventi duri. Eppure, come spesso mi accade, mi ritrovo dall’altra parte della barricata. Non perché ciò che è stato detto non sia grave, ma perché ho la sensazione che la prima reazione di molti non sia stata quella di riflettere, bensì quella di rincorrere il commento più indignato per appagare il proprio ego.
Ciò che invece mi lascia profondamente perplesso è la fragilità della società in cui viviamo, una società culturalmente e socialmente sempre più impoverita. Se a questo aggiungiamo le prospettive economiche tutt’altro che rassicuranti, il quadro assomiglia a un organismo in difficoltà, incapace di reagire alle proprie fragilità.
Forse pochi se ne sono accorti, ma nei luoghi pubblici si è progressivamente tornati a parlare delle donne come “bagasse”, dei gay come “froci”, degli anziani come “vecchi rincoglioniti”, delle persone con disabilità come “handicappati”, dei delinquenti come “furbi e scaltri” e dei più deboli come “sfigati”. In generale, è stata oltrepassata quella linea di rispetto che negli ultimi dieci o quindici anni si era almeno tentato di costruire.
Oggi tutti gridano all’indignazione.
Io, invece, penso che il vero malcostume risieda proprio nella politica, che mostra tutta la sua violenza quando abdica al ruolo di servitrice dei cittadini per trasformarsi nel carro di Mangia fuoco. Di cosa ci scandalizziamo davvero? Di cosa dovremmo meravigliarci? Ci siamo guardati bene intorno?
Dalle più alte sfere della politica arrivano da anni messaggi, comportamenti e scelte che molti cittadini percepiscono come una forma di disprezzo nei loro confronti. E come dovremmo definire, altrimenti, la malasanità, la corruzione, l’altissimo tasso di abbandono scolastico, la mancanza di lavoro, i concorsi pubblici sospesi e sostituiti da improbabili soluzioni tampone, la natalità in caduta libera e l’emigrazione giovanile che continua a svuotare il Paese delle sue energie migliori?
Ecco la società che abbiamo costruito.
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I termini utilizzati dal candidato consigliere non si distinguono affatto dalla volgarità che ormai appesantisce l’aria che si respira ogni giorno. Troppo spesso nessuno interviene quando una donna viene apostrofata come “bagassa”, un gay come “frocio”, una persona con disabilità come “handicappato” e così via.
Assistiamo con crescente frequenza a episodi che fino a pochi anni fa avrebbero suscitato una reazione immediata. Siamo ricaduti in una forma di indifferenza che alimenta l’ignoranza e normalizza atteggiamenti che dovrebbero invece essere contrastati. Una responsabilità significativa ricade anche sulla politica, che negli anni non ha saputo arginare questo impoverimento culturale e che troppo spesso ha preferito inseguire il consenso piuttosto che promuovere valori condivisi.
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. Sarebbe troppo facile attribuire ogni colpa a un singolo episodio, a una dichiarazione infelice o a una sola parte politica.
La verità è che il problema affonda le proprie radici nell’egoismo che ha progressivamente sostituito il senso di comunità, nei valori autentici che abbiamo smesso di trasmettere e difendere, nella miseria culturale che, come la cenere del Vesuvio, si deposita lentamente sulle nostre strade, nelle nostre case e persino nel nostro modo di pensare.
L’indifferenza è diventata sempre più diffusa. Il “si salvi chi può” è stato progressivamente elevato a modello sociale. E quando una società smette di riconoscersi come comunità, cerca inevitabilmente un capro espiatorio a cui attribuire le proprie colpe. Lo fanno i cittadini, lo fanno le istituzioni e lo fa soprattutto la politica, che trova sempre il modo di assolversi scaricando le responsabilità su chi governava prima, su chi governerà dopo o su chi, a suo dire, non comprenderebbe l’evoluzione dei tempi.
Eppure non siamo più nel campo delle interpretazioni o delle convenienze. Siamo davanti all’evidenza di un fallimento che investe l’intero sistema.
È il fallimento della famiglia, sempre più sola nel proprio compito educativo. È il fallimento della scuola, privata degli strumenti necessari per formare cittadini consapevoli. È il fallimento dello sport, troppo spesso ridotto a spettacolo e profitto anziché palestra di valori. È il fallimento della politica, che ha smesso di essere esempio e guida morale. Ed è, più in generale, il fallimento di una società del XXI secolo che sta presentando un conto salatissimo a tutti i cittadini.
Le parole che oggi indignano l’opinione pubblica non sono la causa del problema: ne sono il sintomo. Il vero scandalo è aver costruito una società che considera normale ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato giudicato inaccettabile. E il fallimento non appartiene a una sola persona o a una sola forza politica: appartiene a un intero sistema che ha smesso di educare, di guidare e persino di vergognarsi dei propri errori.
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(2 giugno 2026)
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