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Giustappunto! Salò è adesso: l’anarchia del potere da De Sade al capitalismo contemporaneo

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Testo:


di Fabio Galli
Fabio Galli

Quando Pier Paolo Pasolini scrive che nulla è più anarchico del potere, non sta facendo una provocazione letteraria: sta descrivendo un meccanismo. Il potere non è ordine, non è gerarchia rassicurante, non è disciplina. È arbitrio. È la facoltà di sospendere la regola mentre si proclama difensore della regola. È la capacità di rendere “necessità economica” ciò che in realtà è pura volontà.
Ed è qui che il film incontra in modo spietato “Le 120 giornate di Sodoma” di Donatien-Alphonse-François de Sade. Non come semplice adattamento, ma come detonatore teorico.

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De Sade costruisce un esperimento chiuso, quasi clinico: quattro mesi senza morale, senza legge, senza esterno. Il potere assoluto esercitato da quattro figure che incarnano i pilastri della società — aristocrazia, economia, magistratura, religione — su corpi ridotti a materia disponibile. È un trattato sul dominio. Un manuale dell’arbitrio.

Quando Pasolini realizza “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, non trasporta semplicemente l’opera nella Repubblica Sociale Italiana. Fa qualcosa di più sottile e più feroce: usa Salò come dispositivo simbolico. Il fascismo storico diventa la maschera riconoscibile di un potere che nel 1975 ha già cambiato volto. Il nuovo fascismo, per Pasolini, è il consumismo. È la mercificazione totale dell’umano.
E qui sta l’attualità bruciante.

Perché oggi la riduzione dell’individuo a oggetto non avviene più in una villa isolata. Avviene nei mercati, negli algoritmi, nella pornografia del consenso, nella trasformazione di ogni desiderio in prodotto. Il regolamento minuzioso di De Sade — con le sue punizioni, le sue classificazioni, la sua burocrazia del sadismo — assomiglia inquietantemente alla nostra ossessione per le procedure, i protocolli, i termini di servizio che nessuno legge ma che disciplinano tutto.
Il film “sfiora” il libro. È vero. De Sade è infinitamente più estremo nella progressione narrativa. Il crescendo verso l’annientamento totale è più analitico, più sistematico. Pasolini invece struttura il film in gironi quasi danteschi: delle manie, della merda, del sangue. Una costruzione geometrica, glaciale.
Ma proprio questa sottrazione rende il film più politico.

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De Sade indaga il libertinaggio come forza naturale, come espressione di una legge biologica che scardina la morale. Pasolini, invece, mostra la perversione come sistema. Non è l’istinto che esplode: è l’istituzione che organizza. Non è l’anarchia dei corpi: è la pianificazione del dominio.
E qui torniamo alla frase iniziale. Il potere è anarchico perché non risponde a nessuna legge superiore. Può decidere che l’umiliazione è intrattenimento. Che la sofferenza è spettacolo. Che il corpo è merce. E oggi questa dinamica non è confinata alla memoria del fascismo.
La villa di Salò è fredda, elegantemente arredata, attraversata dalla musica di Ennio Morricone. Non c’è caos. C’è ordine. Un ordine raffinato che convive con l’abiezione. Questa è la vera intuizione pasoliniana: la perversione non è il contrario della civiltà. Può essere la sua forma estrema. Quanto al “testamento”: formalmente non lo è. Pasolini stava lavorando a “Porno-Teo-Kolossal”, avrebbe continuato. Ma simbolicamente sì, lo è. Perché in “Salò” si condensa la sua disperazione antropologica, già esplosa negli “Scritti corsari”: la convinzione che il nuovo potere stesse distruggendo le culture popolari, uniformando i desideri, cancellando le differenze.

E oggi?
Oggi viviamo dentro una normalizzazione dell’estremo. La pornografia è mainstream, la violenza è intrattenimento seriale, la sorveglianza è accettata in cambio di comodità. Il potere non ha più bisogno della villa isolata. Siamo noi a portarcela in tasca.

Forse questa riflessione coglie un punto cruciale: l’apparente antinomia tra potere e anarchia. In realtà coincidono. Quando il potere è assoluto, diventa puro capriccio. E quando il capriccio si istituzionalizza, diventa sistema.
Ecco perché “Salò” continua a far male. Non perché mostra la coprofagia o le torture — De Sade è molto più esplicito — ma perché mostra la freddezza con cui tutto questo può essere organizzato, regolamentato, giustificato.
Non è un film sulla perversione sessuale. È un film sull’economia del dominio.

E purtroppo, sì: parla ancora di noi.

 


 

(19 febbraio 2026)

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