di Fabio Galli
Quando Trump parla di immigrati illegali che commettono reati e li associa a Ilhan Omar, non sta semplicemente attaccando un’avversaria politica. Sta costruendo un corto circuito simbolico deliberato, un’operazione di fusione tossica tra una persona reale, con un volto, una storia, un ruolo istituzionale, e una categoria astratta caricata di paura, sospetto e odio. Omar non è più una deputata eletta, cittadina americana, ma diventa un emblema, un segnaposto, un corpo su cui proiettare una narrazione di invasione e minaccia. La realtà viene sospesa, sostituita da una caricatura funzionale al racconto.
Il passaggio successivo è ancora più rivelatore. Trump la imita. La riduce a macchietta. “Fa la sapientona parlando di Costituzione”, dice, come se il problema non fosse il contenuto di ciò che Omar afferma, ma il fatto stesso che lo affermi.
C’è qualcosa di profondamente regressivo in questa derisione: non è il dissenso a essere contestato, ma il diritto alla parola. Non ti contesto perché sbagli, ma perché osi parlare. E osi farlo da una posizione che, secondo la gerarchia implicita del comizio, non ti spetta.
Quando aggiunge che Omar viene “da un Paese che non è nemmeno un Paese” e che “l’unica cosa che hanno sono i pirati”, l’operazione si completa. La Somalia non è più una realtà storica, politica, culturale, ma una terra mitica e primitiva, un non-luogo utile solo a confermare l’idea che da lì non possa provenire nulla di legittimo. È la vecchia logica coloniale travestita da battuta: svuotare l’altro di complessità per renderlo ridicolo o minaccioso, possibilmente entrambe le cose. L’esotizzazione violenta serve a questo: a dire che non stiamo parlando di “uno di noi”, ma di qualcosa di estraneo, quasi irreale.
E poi arriva il gesto. “Bum! Bum! Bum!”: Trump mima una pistola che spara. È qui che il linguaggio cede definitivamente il passo al corpo. Non siamo più nel campo della metafora politica, ma in quello della suggestione fisica. Non importa che non ci sia un invito esplicito a sparare. Anzi, l’ambiguità è la sua forza. Il messaggio passa proprio perché non è formulato come ordine, ma come allusione condivisa. Chi ascolta capisce. Capisce che la violenza è stata evocata, normalizzata, resa quasi comica. Capisce che esiste una categoria di persone per le quali la soluzione finale è immaginabile, mimabile, applaudibile.
È un teatro della crudeltà in formato comizio. L’imitazione serve a disumanizzare, la risata del pubblico a creare complicità, il gesto finale a offrire una scorciatoia emotiva. Non c’è bisogno di argomentare, non c’è bisogno di dimostrare nulla. Basta indicare un nemico e suggerire che eliminarlo è semplice, rapido, quasi liberatorio. In questo senso, Trump non inventa nulla: attinge a un repertorio antico, che la storia conosce fin troppo bene. Ma lo fa con la leggerezza di chi sa che il suo pubblico non chiederà conto delle conseguenze.
Il riferimento alla Costituzione, poi, è l’elemento più grottesco e insieme più tragico. La Costituzione, in questo racconto, non è un patto condiviso, ma un oggetto identitario. Vale solo se pronunciata da chi appartiene al “noi” giusto. Se a invocarla è una donna nera, musulmana, di origine somala, allora diventa una presunzione ridicola, un abuso, quasi un travestimento. Il messaggio implicito è chiaro: i diritti non sono universali, sono concessioni. E possono essere ritirate con una risata.
Che tutto questo avvenga in un contesto in cui Omar verrà poi aggredita, spruzzata con una siringa di liquido nauseabondo, aggiunge un livello di inquietudine che sarebbe irresponsabile ignorare. Non perché esista un nesso causale diretto e dimostrabile, ma perché il clima conta. Le parole contano. I gesti contano. Quando la violenza viene prima immaginata, poi narrata, poi mimata su un palco, diventa parte del paesaggio mentale. E qualcuno, prima o poi, smette di considerarla solo un’immagine.
Il vero scandalo, tuttavia, non è solo Trump. È la platea che ride, applaude, riconosce il copione. È la normalizzazione collettiva di un linguaggio che riduce la politica a una gara di disprezzo. Quel “Bum! Bum! Bum!” non è soltanto una gag di pessimo gusto: è la traduzione sonora di un desiderio politico che non osa ancora dirsi apertamente, ma che trova nel comizio uno spazio di legittimazione emotiva. È un modo per dire: sappiamo cosa andrebbe fatto, e ci piace immaginarlo.
Liquidare l’episodio come una provocazione in stile Trump significa non capire la natura del problema. Qui non siamo davanti a un eccesso verbale, ma a una strategia comunicativa che lavora in profondità, che sposta confini, che abitua all’idea che alcune vite siano meno degne di tutela, meno degne di ascolto, meno degne di esistere nello spazio pubblico. È una pedagogia dell’odio, lenta e insistente, che non ha bisogno di slogan nuovi perché si nutre di ripetizione.
Il linguaggio, quando è usato così, non descrive la realtà: la prepara. E quando la violenza smette di scandalizzare, quando diventa mimica, risata, gesto condiviso, il passo successivo non è mai così lontano come ci piace credere. Guardare questo comizio e dire “è solo Trump” significa chiudere gli occhi su ciò che quel linguaggio sta facendo al corpo sociale. E il prezzo, come sempre, lo pagheranno quelli che sul palco vengono ridotti a caricatura, mentre qualcuno, tra il pubblico, impara a immaginare il mondo a colpi di “Bum! Bum! Bum!”.
(30 gennaio 2026)
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