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HomeLa ProvocazioneNiente attrezzature da sci agli ebrei. Sul cartello shock a Davos

Niente attrezzature da sci agli ebrei. Sul cartello shock a Davos

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di Kishore Bombaci

Un cartello vergognoso quello esposto fuori da un ristorante di montagna sulle Alpi Svizzere, in una località sciistica dal nome Psicha, nei pressi di Davos. Un cartello brutale e indecente che riporta con la mente ai terribili anni ’30 in Germania e poi in Italia.

L’avviso, affisso dal titolare del ristorante in questione, tal Ruedi Pfiffner, recita “A causa di vari tristi incidenti, tra cui il furto di uno slittino, non noleggiamo più l’attrezzatura sportiva ai nostri fratelli ebrei. Questo vale per tutte le attrezzature come slitte, airboard, scarponi, racchette. Grazie per la vostra comprensione” . Insomma, un’interdizione senza possibilità di remissione in danno ai “fratelli ebrei” [sic]. Ma quale sarebbe il grave peccato di cui si sarebbero macchiati costoro, ad eccezione del fatto di essere ebrei (ça va sans dire!).

Pfiffner sostiene che una parte della società ebraica (in che senso, scusi?) si sarebbe macchiata in primo luogo di mancata restituzione delle attrezzature. Quindi non solo ebrei  ma pure ladri. Imperdonabile per il buon ristoratore. Ma non solo. Sempre la stessa “parte della società ebraica” (aridaje!!) non avrebbe rispettato le dovute accortezze rifiutandosi di indossare le calzature da neve, avrebbe abbandonato le slitte sulle piste e avrebbe – udite udite! – allertato  i servizi di emergenza pur senza essere feriti, ma solo per il recupero delle slitte sulle piste. Da lì scatta l’anatema che non sarebbe razzista – secondo l’autore – ma semplicemente una scelta aziendale “per non dover litigare tutte le volte”. Tutto chiaro no? E invece no.

La giustificazione offerta è palesemente raffazzonata a tratti imbarazzante oltre che di una banalità sconcertante. Fenomeni, quelli lamentati per affrontare i quali (sempre ammesso che siano veri) sarebbe stata sufficiente una migliore organizzazione del noleggio. Insomma, si potevano tranquillamente evitare cartelli nazisti, e d’altra parte non è francamente immaginabile che il titolare del risorante non immaginasse le conseguenze di tale cartello. Quindi è lecita la domanda: perché ha sentito il bisogno di esporre un cartello con simili toni? Non sfugge che la generalizzazione operata avverso “i fratelli ebrei” costituisce un retaggio del passato, un messaggio distorto, falso, e intriso di ignoranza odio e malafede, il cui “core business” è proprio la inutile rivendiczione del carattere etnico-religioso dei presunti colpevoli. In altre parole insistere su quell’aspetto non era utile per la finalità asseritamente perseguita (la sicurezza del noleggio e delle attrezzature) ma diventa invece rivelatoria di un pregiudizio radicato nel singolo e in parte della collettività che  evidentemente non risparmia nemmeno la Svizzera. La polizia ha aperto una doverosa inchiesta per incitamento all’odio raziale che auspichiamo si possa concludere velocemente e con una pena esemplare.

Sotto shock la Comunità Ebraica del luogo che si riserva un’azione legale indipendente dalle indagini per evidente discriminazione razziale.

Ma al di là dell’evento specifico, come detto, non si può non notare un clima antisemita di cui questo  è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. Un antisemitismo che torna a farsi sentire prepotentemente in Occidente e che trova nella guerra fra Israele e Hamas un’occasione feconda per attaccare gli ebrei in quanto tale. Mediante ricostruzioni faziose, posticce e ideologiche che fanno riferimento a una narrazione falsa e persino complottista, si sta sdoganando senza vergogna la legittimità di certe “opinioni” – e quindi poi di certe azioni – che speravamo, un po’ ingenuamente, potessero essere archiviate per sempre. Un sottile background antiebraico che c’è sempre stato, che si nutre di pregiudizi evidenti e che  purtroppo colpisce tanto “il grande quanto il piccolo”. Dalle ricostruzioni imbarazzanti offerte in sede di ONU dal Segretario Gutierrez sino al piccolo ristoratore di Davos che affitta attrezzature da sci, tanto per intenderci.

Una corrente pericolosa che rende gli ebrei oggetto di perdurante discriminazione, di doppi standard geopolitici e di una condanna aprioristica nei confronti di Israele che sfocia nella messa in discussione il suo stesso diritto di esistere e resistere.

Appunto antisemitismo.

Per stare nel nostro “orticello nazionale casalingo”, abbiamo assistito a fenomeni paradossali che suscitano stupore prima ancora che amarezza. Insomma, non può non stupire la reazione scomposta e piccata di parte dell’opinione pubblica al comunicato stampa della RAI in ordine ai messaggi provenienti dal Festival della Canzone Ialiana. Reazione persino sfociata in protesta a Napoli davanti alla sede del Servizio Pubblico Radiotelevisivo. Roba da non credere. E, il paradosso di questo mondo alla rovescia, è che la RAI dovrebbe scusarsi – secondo costoro, s’intende – per aver fatto il minimo sindacale, cioè un comunicato stampa di vicinanza anche a Israele. Tutto questo dopo che sul palco dell’Ariston si è consentito a qualche ragazzotto di improvvisarsi politico e intellettuale senza alcun contraddittorio. Ennesimo spettacolo scadente in salsa antiebraica.

Certo è che, come si può tristemente vedere, l’antisemitismo è tutt’altro che scomparso. Anzi, rivendica con forza la sua grottesca ma pericolosa esistenza nel mondo, facendo leva su un impianto narrativo che si nutre di falsità buonista e di ipocrisia che solo chi è in malafede non riesce a vedere. I bambini palestinesi vengono utilizzati prima da Hamas come scudi umani e poi dagli antisraeliani di casa nostra come scudi ideologici per commuovere il mondo verso una tragedia che ha un solo responsabile: Hamas.

Quegli stessi placidi ipocriti che dal caldo del loro divano e dalla sicurezza delle loro tastiere vomitano odio nei confronti di Israele ma che sotto il regime sanguinario di Hamas probabilmente non resisterebbero 5 minuti, non hanno alcuna parola per i bimbi ebrei in mano ai terroristi, per i civili uccisi barbaramente il 7 Ottobre, per le donne stuprate più e più volte. Dove sono in questo caso gli artisti impegnati? Dove le femministe tracotanti odio verso il patriarcato? Scomparsi tutti.

Non una parola dall’Ariston, non una parola sui social. Se va bene, una solidarietà pelosa e di circostanza che lascia immediatamente spazio alla compassione per “i poveri bimbi palestinesi”.

E, si badi bene, questo virus ipocritamente buonista, non riguarda quattro (o più di quattro) leoni da tastiera, ma investe persino una parte di classe politica che offre di sé uno spettacolo sconfortante arrivando a mettere in minoranza le poche anime che ancora sanno ragionare.

In questo vecchio e nuovo antisemitismo moderno, contrabbandato per antisionismo (come se le cose potessero scindersi) tutto è permesso. Tutto è lecito. Tutto è consentito. Perché gli anticorpi che credevamo di aver maturato come società occidentale all’indomani della Shoah, si sono rivelati fuffa. Quegli anticorpi che ci facevano dire “mai più” non sono altro che una blanda retorica pelosa buona per commemorare il 27 Gennaio  ma del tutto insufficienti “a fare memoria” e a costruire un’identità occidentale che non può fare a meno delle radici giudaiche.

Invece, niente di tutto questo. Con i venti di guerra in Medioriente, l’antisemitismo è risorto nel silenzio imbarazzato di tanti. E non si tratta della critica legittima a uno Stato, non offre costruttivamente degli spunti di riflessione che possano contribuire ad allargare il dibattito pubblico e democratico. No! Siamo alla demonizzazione. Al tifo da Stadio. Si rinuncia all’analisi per tifare con tanto di bandierine e gesti simbolici. Il degrado della ratio in favore della furia.

A questo ci stiamo riducendo e quindi che vuoi che sia un cartello di un anonimo ristoratore in una anonima località?

Ebbene, oggi più che mai è necessario resistere! Oggi più che mai è necessario ribadire con forza la verità dei fatti. Oggi più che mai va ripristinato il senso della propria identità occidentale per la quale si combatte, oggi come ieri, “sotto le mura di Gerusalemme”.

 

 

(14 febbraio 2024)

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