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HomeIo la penso cosìIl costo della disinformazione in politica

Il costo della disinformazione in politica

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di Marco Biondi

E’ oggettivamente imbarazzante rendersi conto di quanto sia facile abbindolare milioni di persone con promesse elettorali irrealizzabili o basate su falsità.

Andare col pensiero alla precedente legislatura è persino troppo facile. Un partito non-partito, che presentatosi con un programma farneticante, basato sul presupposto che i politici sono inutili e una casalinga è più affidabile di un politico di professione, è riuscito a ottenere più di un terzo dei voti da elettori che non solo hanno creduto che le loro non-promesse farneticanti sarebbero state realizzate, ma soprattutto che sarebbero state utili al Paese.

Non serve riavvolgere il nastro, basta ricordare che quel partito-non partito ha fatto prima un governo con la Lega di Salvini, poi l’ha co-smontato per allearsi con gli (ex) odiati nemici ripudiando Salvini e infine si è accordato per un programma di risanamento affidato a Mario Draghi (grazie Renzi) e, nel passaggio, ha capito che la propria natura non era più di destra, ma al contrario, lo autorizzava a candidarsi come il riferimento del popolo della sinistra. Pensieri pochi, ma confusi. Che si tratti di opportunismo? Mah, chi può dirlo?

Licenziata quella legislatura, il popolo elettore ha deciso di dare credito al programma di destra, sempre sovranista, della triade Meloni/Salvini/Berlusconi. Tante belle e nuove promesse (o vecchie, risalenti alla nascita delle Seconda Repubblica dopo “mani pulite”), subito evaporate alla prima prova dei conti. La nuova legge di bilancio ne è l’ennesima prova. Delle promesse elettorali sono rimaste briciole. L’ultima illuminata dichiarazione di un “fratello d’Italia” ha svelato l’arcano: senza risorse non si possono fare le riforme. Ma dai… E lo scoprite ora?

Resta il fatto che tra promesse mancate, promesse ahimè mantenute a costi devastanti per lo Stato (Reddito di cittadinanza senza adeguato supporto per evitare sprechi e disonestà, 110%,di bonus edilizi, quota 100 per andare in pensione, ecc.) e illusionismi vari, sono tantissimi gli italiani che hanno deciso di non votare più. Se nel 2018 i votanti per la Camera furono 34 milioni scarsi (72,94% di affluenza) nel 2022 gli elettori sono stati oltre 4 milioni di meno (63,91% di affluenza). Alle ultime amministrative quasi un Italiano su due ha deciso di non andare a votare.

La disaffezione alla politica sta costando carissimo. Sembra che il modo di convincere gli elettori residui ad esprimere una preferenza sia principalmente legato ai possibili benefici che se ne potranno trarre con una vittoria elettorale del partito o della lista prescelta: pagare meno tasse, andare prima in pensione, avere meno controlli anti evasione, ma con leggi più stringenti sulla malavita (botte piena e moglie ubriaca?). Sono diventate queste le principali motivazioni per scegliere innanzi tutto di andare a votare e poi per chi votare. Se vogliamo continuare a chiamarlo populismo a me va bene, anche se preferirei parlare di truffa elettorale. Resta il fatto che lo sperpero dei soldi pubblici sembra non avere fine e la mancanza di una classe dirigente capace ed efficace getta nello sconforto più totale.

D’altra parte, se pensiamo che chi ci sta governando – come Salvini – riesce anche a fare opposizione (ovviamente a parole, perché poi trovano sempre l’accordo), ci rendiamo conto che la campagna elettorale non ha mai fine, nemmeno quando mancano quasi 4 anni alle prossime politiche.

Lo sconforto cresce quando ci rendiamo conto che chi sta all’opposizione sembra fare più il gioco della maggioranza che offrire un’alternativa concreta. Quasi la metà del peso delle forze di opposizione è rappresentato da quel partito – che non era partito, ma adesso lo è così può prendere anche lui i soldi del finanziamento pubblico – che è stato al Governo con Salvini, ha fatto danni costati miliardi alle casse statali (ne ho parlato prima), si era fatto votare chiedendo di tornare alla lira e di uscire dall’Europa, e ora sta in un “campo largo” nel quale l’unica idea in comune sembra sia presentarsi insieme al voto per prendere più seggi. Per fare cosa poi non è dato di sapere.

In questo contesto assai poco promettente, stiamo per affrontare la prova delle elezioni europee. Dove partiti alleati con la destra in Italia, in Europa stanno con i riformisti e partiti che hanno chiesto voti per uscire dall’Europa, si propongono di governare l’Europa. Annamo bene, direbbe la “sora Lella”.

Quello che uscirà dalle elezioni europee – ne riparleremo – sarà cruciale per le scelte che dovranno essere fatte. Perché la nuova Commissione dovrà decidere se lasciare mano libera a Putin e consentirgli di occupare militarmente territori democratici o continuare a sostenere militarmente e economicamente l’Ucraina, così come dovrà fare il nuovo Presidente degli Stati Uniti, quando a Novembre del 2024 sarà eletto. Vincesse Trump, direttamente o per delega, riuscirebbe a mettere in discussione perfino la NATO, pur di lasciare intonso il suo rapporto privilegiato con la dittatura neo-sovietica.

Sarà poi interessante capire come andranno le elezioni in India: vincerà chi sceglie di stare con la Cina, facendo crescere il peso di chi preferisce non stare né di qua né di là, lasciando ancora una volta che Putin si faccia i fatti suoi? O avremo altre sorprese? E in Medio Oriente continueranno ad affluire armi per sterminare popolazioni inermi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Si sta chiudendo un anno disastroso, nel quale non si è riusciti a far finire una guerra iniziata l’anno prima, e se ne è iniziata un’altra che non ha, al momento, prospettive di finire, in un modo o nell’altro. E sta per iniziare un anno nel quale lo scoppio della pace ha quasi le stesse probabilità dello scoppio di una terza guerra mondiale. E non è una bella prospettiva.

Noi brinderemo, come sempre, con lo stesso spirito dei ballerini del Titanic, con l’auspicio che, qualunque cosa accada, non sia troppo vicina a noi. E magari decideremo di non schierarci alle prossime europee (scommettiamo che voterà meno del 50%?), perché tanto a noi, che ci frega? Se capitone e cotechino con le lenticchie saranno in tavola, il nostro obiettivo sarà raggiunto. Europa, India, Russia, Medio Oriente, Stati Uniti… Meglio sapere, anche da lontano, che se il populismo vincerà le elezioni, noi rischiamo di perdere la libertà. Ma non il cotechino con le lenticchie, per carità! Almeno per questo a Capodanno siamo salvi.

 

(30 dicembre 2023)

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