di Lorenza Morello
L’idea di una “4-day workweek”, una settimana lavorativa di quattro giorni, non è una prerogativa del Governo Meloni ma un nuovo modo di pensare il mondo del lavoro che da qualche anno si sta facendo strada in molti Paesi. È nata persino una campagna globale “4 Day Week Global” che “incoraggia aziende, dipendenti, ricercatori e governi a giocare ognuno la propria parte per creare un nuovo modo di lavorare, che migliori la produttività, la salute di lavoratrici e lavoratori, rafforzi famiglie e comunità, combatta le disuguaglianze di genere”. Nella seconda metà del 2022 è partito un progetto pilota di sei mesi, una sperimentazione della settimana su quattrogiorni a parità di salario, che vedrà coinvolte diverse realtà aziendali (tra cui anche nomi importanti come Canon) in cinque Paesi anglosassoni: Gran Bretagna, Usa, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda.
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Ma c’è un Paese che la sperimentazione sulla riduzione di orario a parità di salario l’ha già conclusa, trasformandola poi in un accordo sindacale vero e proprio: l’Islanda. Qui il sindacato BSRB, la federazione dei lavoratori pubblici, si è posto già dal 2004 l’obiettivo di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Risultato raggiunto attraverso uno “storico” negoziato nel 2020, che ha portato a tagliare l’orario di lavoro fino anche a otto ore settimanali (da 40 a 32) per lavoratrici e lavoratori pubblici (specialmente per quelli che lavorano su turni), senza toccare la paga mensile. Così, dal Primo Maggio 2021 (data certamente non casuale) circa il 15 per cento della forza lavoro islandese è impiegata in una settimana di 4 giorni (o gode di una riduzione di orario equivalente). Parliamo non solo di impiegati d’ufficio, ma di polizia, infermieri, operatori socio-sanitari, educatrici, agenti doganali, etc.
Accordi simili si sono poi estesi anche al settore privato e hanno già portato a riduzioni di orario per lavoratrici e lavoratori del commercio, del settore finanziario e del turismo, mentre per gli addetti dell’industria e della manifattura la riduzione di orario viene contrattata a livello aziendale. “Per il nostro Paese si tratta della più importante riforma dell’orario di lavoro dall’introduzione delle 40 ore settimanali, ormai mezzo secolo fa – rivendicano dal sindacato islandese BSRB – Riforme come questa non arrivano facilmente. È stato necessario molto duro lavoro, molta pressione e molta lotta per ottenere il cambiamento del sistema. Come altre idee, anche questa è partita inizialmente dalla nostra base, per diventare rapidamente la priorità assoluta del nostro sindacato”.
I primi riscontri sull’esperimento islandese sono estremamente positivi, il benessere di lavoratrici e lavoratori è aumentato, come testimoniano diversi indicatori: dalla percezione dello stress e del burnout, alla salute in generale e all’equilibrio vita-lavoro. E ci sono riflessi positivi persino sulle emissioni di carbonio, tagliando un giorno di pendolarismo per coloro che non possono lavorare a casa.
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Si dirà: ok, ma l’Islanda è l’Islanda e non si possono fare paragoni con un Paese molto più grande e complesso come l’Italia. Un’obiezione sensata, ma i modelli si possono anche adattare a diversi contesti. Già dallo scorso anno in Italia ci sono comunque due aziende internazionali con sede a Milano che, di propria iniziativa, hanno adottato la settimana su quattro giorni a parità di salario: la Carter&Benson, che si occupa di consulenza strategica, e la Awin Italia, attiva nel campo del marketing. Ma parliamo appunto di casi isolati, mentre il dibattito sul tema è marcatamente assente, almeno dai canali mainstream. E questo nonostante, in base ai dati Ocse pre-pandemia, l’Italia sia uno dei Paesi europei dove, in media, si lavorano più ore alla settimana. Addirittura sette in più rispetto alla Germania: in pratica, una giornata di lavoro extra. Eppure, i risultati si capovolgono in termini di produttività. Senza considerare il fatto che la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è “una leva per redistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione”, come affermava qualche anno fa il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. In Italia l’ultima riduzione dell’orario di lavoro risale al 1969, fu frutto di una lunga battaglia sindacale e portò negli anni successivi a un sensibile aumento dell’occupazione. Oltre mezzo secolo e una pandemia dopo, crediamo sia giusto valutare seriamente la cosa.
(3 marzo 2023)
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