Il digitale ci rende più efficienti e più stupidi. Internet e perdita del pensiero critico

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di Vanni Sgaravatti

L’apprendimento e la lettura fatti attraverso il pc e i devices in genere e internet  favoriscono la comunicazione visuale e non testuale, impoveriscono il linguaggio,  favoriscono il multitasking, che, come è stato dimostrato, riduce la capacità di approfondimento, riflessione, immaginazione e, quindi autonomia e criticità del pensiero.

Nel 2019 è uscito un voluminoso report composto da ricercatori di 3 università, tra cui Oxford, che rispondeva alla domanda, se queste modifiche culturali e comunicative avevano modificato anche la struttura del cervello. I risultati mostrano che il cervello umano è un organo estremamente plastico, soggetto a ristrutturazione delle connessioni neurali a seconda del modo in cui viene usato. Come riporta Jeremy Rifkin nel suo libro “Ripensare l’esistenza su una terra che si naturalizza”, il cervello è particolarmente sensibile alle trasformazioni radicali dei mezzi tecnologici, mediante i quali le persone comunicano. Ciò induce a pensare che i grandi passaggi storici dalla comunicazione orale a quella scritta, e poi a quella stampata, elettronica e digitale, cambino non soltanto il modo in cui comunichiamo, ma anche il modo in cui funziona il cervello.

Tra gli altri risultati, i ricercatori riferiscono che in un trial randomizzato controllato, svolto durante sei settimane di interazione in un gioco di ruolo online, si erano riscontrate significative riduzioni di materia grigia nella corteccia orbito-frontale, la specifica regione del cervello coinvolta nel controllo degli impulsi nel processo decisionale. I ricercatori, citati dallo stesso Rifkin, riferiscono, inoltre, che l’uso prolungato di Internet e dei media multitasking era associato a una riduzione della materia grigia nelle regioni prefrontali connesse con il mantenimento di obiettivi in presenza di fonti di distrazione. Altri studi hanno dimostrato, attraverso le immagini da risonanza magnetica, che la più scadente memorizzazione delle informazioni cercate su Internet a fronte dell’apprendimento basato su un’enciclopedia è associata ad una ridotta attivazione del flusso ventrale nel cervello, durante la raccolta di informazioni online.

Questo avvalorava la possibilità che la raccolta di informazioni online, pur essendo più rapida, non possa riuscire a ingaggiare in misura sufficiente le regioni del cervello deputato all’archiviazione a lungo termine dell’informazione. E, infatti, si è anche dimostrato che le prestazioni cognitive più elevate si basano non sul recupero delle informazioni tratte da Internet, ma sui ricordi personali ed emotivi percepiti durante il percorso di ricerca di quell’informazione. Altri rapporti mettono in luce, invece, la relazione inversamente proporzionale tra aumento dell’efficienza e perdita di autonomia cognitiva nell’interfacciarsi con Internet.

Tutto questo disegna un quadro inquietante ed evidenzia la necessità di un ripensamento complessivo del modo in cui le attuali e le future generazioni usano e useranno questo nuovo mezzo di comunicazione.

 

 

(21 novembre 2022)

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