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sabato, Giugno 25, 2022
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Riflessioni esistenziali su sostenibilità e guerra

POLITICA

di Vanni Sgaravatti

Sviluppo sostenibile è un termine talmente di moda che induce tutti a partecipare al campionato di chi è più sostenibile e, giustamente, gli scettici pensano sia solo un modo per lavarsi la coscienza ambientale. Ma sostenibilità per chi?

Una volta la definizione richiamava l’impegno a non lasciare un mondo degradato alle generazioni future, ma oggi i tempi si sono accorciati: lo sviluppo è sostenibile rispetto alle condizioni sociali in cui noi stessi viviamo. Per uno sviluppo sostenibile parliamo di transizione ecologica, che, come tutti sanno, comporta un costo. Ma questo costo non lo pagano tutti in ugual misura. I paesi poveri lo pagano di più e sono quelli che inquinano meno e quando lo fanno è per fornire materie prime per il benessere dei paesi ricchi.

Alcuni settori saranno penalizzati più di altri e non parliamo solo di perdite di profitti ma anche di posti di lavoro. Le categorie già svantaggiate e penalizzate dalla disuguaglianza sociale pagheranno di più: è il caso della protesta dei gilet gialli in Francia. Persone che utilizzano i mezzi di trasporto, già economicamente in difficoltà, avrebbero dovuto pagare il gasolio un prezzo maggiore. E poi c’è la sindrome di Nimby, “Non nel mio giardino”, che impedisce la localizzazione di impianti che hanno un basso impatto ambientale globale, ma non per gli abitanti di “quel giardino”. Insomma, con i calcoli di convenienza non se ne esce, sia per il fatto che nessuna tecnologia da sola può far cambiare rotta al degrado planetario, sia perché si innescano disuguaglianze e lotte sociali insostenibili, appunto.

Occorre cambiare stili di vita e persino modi diversi di interpretare la realtà, pensandola secondo un paradigma ontologicamente relazionale. Ma per fare questo il movente deve essere ideologico-esistenziale-spirituale, non proviene da una visione che ottimizza i vantaggi, in particolar modo a breve termine. Abbiamo perso l’occasione, con lo shock della pandemia, di avviare una metamorfosi della nostra visione della vita, tutti intenti a recuperare il nostro modo di vita precedente.

E, adesso, anche la guerra in Europa, ci offre un’altra tragica opportunità.

Si dice che Putin non poteva permettersi, tra le altre cose, di avere un modello sociale a fianco, quello ucraino, che tendesse alla democrazia e addirittura al rispetto dei diritti individuali. Sembra, però, che anche noi non possiamo permetterci di avere un modello sociale a fianco, in cui le persone sacrificano la vita per un’ideale. Abbiamo la possibilità di vedere un’alternativa, un diverso modo di intendere la vita, ma non riusciamo a farne tesoro. Noi che non vogliamo saperne di mettere a rischio la nostra sicurezza, noi che “Francia e Spagna basta che si magna”, noi che nella solitudine dei nostri nuclei famigliari perseguiamo l’ottimizzazione dei benefici possibili per i nostri figli, indipendenti dal senso della vita. Tutti intenti a sperare e gioire della loro integrazione sociale, indipendentemente da quale sia la società in cui pensiamo si debbano integrare. Anzi sperando che possano godere dei nostri stessi privilegi, ripiegati all’interno del nostro piccolo mondo antico, trovando soddisfazione o insoddisfazione in relazione alla distanza delle condizioni di vita della nostra cerchia. Naturalmente come lo psicologo argentino Bandera insegna, abbiamo necessità di trovare narrazioni morali che giustifichino il nostro comportamento, in questo esempio, teso a rimanere nella comfort zone.

Allora, diciamo che quelli là, gli Ucraini, sono diversi, sono nazionalisti; hanno provocato la tempesta che gli si è ritorta contro; che in fondo anche noi siamo dalla parte delle vittime, costretti a rifugiarci nelle comfort zone. I cattivi sono quelli con ville e macchine di lusso. E ancora, diciamo che il nostro benessere si basa su fattori “giusti”, che suonano a pronunciarli effettivamente così: la ricerca del nostro daemon, della nostra personale autorealizzazione non è come voler ricoprire una carica importante; i nostri diritti sociali acquisiti sono giusti e sarebbe sbagliato tornare indietro: si parla di servizi sanitari, previdenziali. Tutto vero: è molto meglio che non basare la nostra stima sui soldi guadagnati; che il nostro benessere almeno sia rivolto a rendere disponibili i servizi per i cittadini. Ma tutto questo benessere va mantenuto con impegno e non possiamo sentirci solo ereditieri di chi lo ha conquistato in passato. Rimane il fatto che non è immaginabile cambiare il mondo e fare in modo che i nostri nipoti non finiscano nel nulla, senza pagare un costo, pari a quello che altri stanno pagando per avere i diritti di cui abbiamo beneficiato, come hanno fatto almeno una parte degli ucraini (magari perché costretti a farlo, nessuno è buono o cattivo solo per natura).

Il mare ci divide dalla fame africana e dagli orrori libici o siriani, ma ora l’orrore bussa alle nostre porte da un’altra porta, ci sono meno differenze di colore rispetto a chi li sta subendo e dobbiamo inventarci qualcos’altro per tenerli lontani. Non sono i morti di fame del Biafra, che vedevo fin da piccolo alla tv, che sparivano spegnendola. Questi sono pericolosamente vicini. E mentre, ascoltando le notizie di attualità, l’Europa ci ricorda i nostri obblighi, quelli necessari ad avere i fondi del Pnrr, alcuni di noi gridano all’invasione, perché così facendo metterebbero le mani nelle tasche degli italiani; per non parlare del caro bollette. Da una parte gli orrori di Bucha o di Tripoli o di Damasco e dall’altra, le proteste per le regole della concorrenza che metterebbero sul lastrico gli imprenditori balneari italiani. Ma gli italiani sono uomini e cosa pensavamo, che cambiare il mondo, fermare il degrado planetario lo avrebbero pagato gli altri, che ce la saremmo cavata con un po’ di proteste o di film di denuncia?

Bisogna cominciare a vedere il mondo in modo relazionale, di vederci insieme agli altri, in relazione con gli altri. Mi viene in mente una battuta che ho letto qualche giorno fa su fb: “non ti preoccupare, non far caso alle critiche, la gente passa il tempo a criticare, tira innanzi e non ti curar di loro”. Ho pensato: ma a chi è rivolto questo messaggio? Se è rivolto alla gente, basta dire loro: non criticate. Ma forse era rivolto alla “non gente”, quelli criticati. La ricerca della qualità della vita sociale è la ricerca della qualità delle relazioni, e bisogna cercare qualche motivo per fare un cambiamento così profondo, che non sia basato sul calcolo di convenienza dei singoli, immaginati come unità separate.

Altrimenti, anche io, risponderei come Suora Maria Teresa di Calcutta, quando avvicinata da un ricco signore che le disse: “Non farei quello che fa lei per tutto l’oro del mondo”, ribatté: “Neppure io”.

 

(23 maggio 2022)

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