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Il “vuotismo di destra è frutto di culture “post ideologiche” #giustappunto di Vittorio Lussana

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di Vittorio Lussana

Dopo due anni di pandemia e con una guerra assai insidiosa in pieno svolgimento, sconvolge come una parte degli italiani proprio non intendano comprendere come tutto stia cambiando velocemente. Molte cose si stanno evolvendo in forme assai più dinamiche di quanto non si creda o si pensi. E’ vero che, in campo moderato, gli alti numeri dei sondaggi a favore di alcune formazioni di destra rappresentano dei pannicelli caldi sulla fronte di un nazionalismo ormai moribondo. Ma quel che fa più male, in questo Paese, non è solamente il fatto che esistano, ancora oggi, forme di classismo che tendono a fare barriera per motivi di mera gestione dell’esistente, bensì il dato sociologico che vede, a fianco di uno zoccolo duro di moderati obsoleti, un intero pezzo di popolo italiano incapace di uscire dalla propria prigionia mentale e culturale.

Si tratta di un odio ideologico fazioso ed egoista, che invidia qualsiasi cosa del prossimo, spesso per pura ignoranza. Ci sono anche persone valide e intelligenti tra le nostre destre, sia ben chiaro. Io stesso, durante i recenti mesi di discussione con i negazionisti, ho spesso incontrato persone che, a un certo punto, erano state in grado di comprendere sia alcune verità scientifiche, sia la buona fede del sottoscritto.

Insomma, ciò che in molti casi colpisce è un’ammissione della situazione frenata dall’impossibilità dogmatica – spesso “per fede”, mi è stato detto… – di dover abbandonare una mentalità fatalista e inutilmente assertiva. Per molti di loro, la constatazione della gravità di quanto stava accadendo durante le varie ondate di contagi, rappresentava il crollo di un intero mondo, la vittoria definitiva dello “scientismo”, la capitolazione definitiva della propria fede ideologica o religiosa. Devo dire che, a destra, molte impostazioni sono semplicemente superate e non c’è il vuoto che, invece, spesso si incontra nel cattolicesimo borghese, assai più qualunquista e contraddittorio.

Tra i liberali, per esempio, la riflessione è quasi sempre limitata a me stesso: mi viene cioè riconosciuta un’evoluzione di pensiero rispetto a una formazione culturale quasi sempre definita “social-comunista”, funzionale a inscatolarmi in una sorta di filone migliorista dell’italo-marxismo italiano, quando del marxismo ho sempre contestato quasi tutto, a parte alcuni presupposti sociologici di principio. Ma anche quest’ultimo dato, al di là dell’affetto personale, rimane un qualcosa di aberrante: anche un socialista liberal qui da noi viene giudicato “un comunista”, spesso per motivi di puro rincoglionimento senile.

Quel che, insomma, non si intende riconoscere è il cammino di un intero popolo, quello della sinistra italiana, nonostante le continue prove di affidabilità democratica fornite nei decenni e le mai avvenute ricadute all’indietro, riguardanti solamente Marco Rizzo e pochissimi altri. Paradossalmente, le accuse di “neoliberismo” provenienti da destra, per quanto caricaturali rappresentano un atto di riconoscimento più autentico. Le destre vere hanno capito che molto è cambiato, a sinistra. Anche se non hanno ancora ben capito cosa. E si tende, comunque, a non fidarsi dei consigli provenienti da un fronte considerato nemico per definizione. Consigli i quali non sono affatto richieste di scelte elettorali diverse, bensì di rielaborazione delle loro stesse dottrine, dato che un moderno conservatorismo fondato su princìpi di “legge e ordine” servirebbe come il pane, nei periodi di ricambio delle nostre classi dirigenti.

Sia come sia, a destra dominano l’immobilismo, l’utilitarismo, la strumentalizzazione, anche di vecchie teorie appartenenti alla sinistra rivoluzionaria. “Il fascismo è un mero atteggiamento”, scrisse una volta Giovanni Gentile, “un’etichetta salutata la quale può vedere accolto qualsiasi tipo di contenuto, anche di natura rivoluzionaria”. Una forma di ninfomanìa in buona sostanza, in cui non esiste alcuna selezione, nessun tipo di scelta responsabile, bensì una mera somma di idee e di persone che potranno, prima o poi, tornare comodo. Non buttano via niente, a destra: conservano tutto. Anche ciò che è palesemente andato in malora. Anche ciò che è totalmente marcio o stantìo.

In buona sostanza, a destra si sta cercando di costruire una sorta di Pci reazionario. Un ragionamento il quale, oltre a materializzare molti rischi di lunga autorelegazione all’opposizione, finisce col rinchiudere i nostri ceti conservatori all’interno di un ulteriore recinto culturale. E ciò non va per niente bene, perché impedisce di notare anche molti riposizionamenti. Il lavoro che Carlo Calenda e Matteo Renzi, per esempio, stanno cercando di seminare è ancora ben lungi dall’essere compreso. Eppure, si tratta di un ulteriore sforzo – studiato a tavolino e che mi è stato spiegato per tempo, questa volta… – della sinistra italiana, costretta a ripopolare alcuni territori esattamente come l’Atalanta e il Sassuolo stanno facendo, con le loro cessioni, nel mondo del calcio.

In pratica, se proprio non si riesce a produrre cambiamenti di ceto politico di nessun genere e tipo e ci si illude che l’autoreferenzialità e il propagandismo possano bastare a far tornare le destre verso un’egemonia culturale in grado di andare oltre a qualche provvisoria vittoria elettorale, la sinistra si vede costretta a spostare le proprie pedine. Comprese quelle filosofiche, come nei casi di Cacciari e altri, che già si trovavano su frontiere spiritualiste. Un discorso a parte è quello legato a Carlo Freccero e il suo tentativo di oggettivizzare alcuni episodi totalmente marginali, nella convinzione di aver scoperto la pietra filosofale della comunicazione propagandistica: altro errore tipico di chi si autocondanna alla lagnanza vittimista, o forse non ha più molto da chiedere al proprio Paese, che invece avrebbe ancora bisogno di competenza. In ogni caso, Freccero a parte, il fatto che un pragmatismo empirico, totalmente basato sul dominio della tecnica, non possa  bastare a se stesso e debba essere accompagnato da nuove forme di spiritualismo filosofico, rimane un punto a favore dei Galimberti e dei Cacciari. Anche quando fanno i No Green Pass o addirittura, in qualche caso, i No vax.

La sinistra italiana, insomma, è costretta a cedere alcune menti al centro del panorama politico italiano a causa del vuotismo culturale delle destre, che finiscono col subire gli avanzamenti tecnologici in atto in maniera totalmente piatta, oppure resistendo ai mutamenti tramite atteggiamenti di resistenza reazionaria spesso paradossale. Perché di fronte al vuoto si è costretti a inventarsi qualcosa ogni giorno. Ma tutto ciò non basterà a colmare un ritardo, che finisce col trascinare verso il basso tutto il resto del Paese.

 

(7 aprile 2022)

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