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E Meloni prese a schiaffi Salvini, o della tragica fine di un remake di Via col Vento

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di Giancarlo Grassi

Ritenendosi Salvini il genius loci aveva pensato bene di giocare su due fronti: quello del Quirinale cercando di imporre per diritto divino un candidato di destra e quell’altro delle raccontate pressioni su Draghi affinché dentro un nuovo esecutivo (con supermario al Quirinale) gli fosse consegnata su un piatto d’argento la testa di Lamorgese con diritto di appoggio di pregiate terga leghiste sulla poltrona pro tempore del Viminale. Mal gliene incolse.

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Meloni, alla quale argutamente non è sfuggito il doppio gioco del segretario leghista, ha piazzato lì un Crosetto qualsiasi che si è raccolto 112 voti, esattamente 51 voti in più dei seggi sui quali conta FdI in parlamento mentre i tre candidati autorevoli [sic] piazzati lì da Salvini voti ne hanno presi zero e davvero la capacità di questo politico di mettersi all’angolo da solo è straordinaria. E gliene va dato merito.

La battaglia tutta interna alle destre che si è giocata il 26 gennaio scorso, vinta da Meloni, ha però chiarito – si spera in modo definitivo – che la granitica unità delle destre propagandata dalle destre d’Italia in realtà non esiste e che si fidano così poco l’una dell’altra, le destre d’Italia, che si fanno gli sgambetti l’un l’altra. Immaginarsele al governo in tutta la loro granitica unità diventa davvero un esercizio di stile. Stile antico. Ne deriverebbe che senza Berlusconi sono morti, ma infierire è insensato. E offende l’umanità.

Dunque lasciamo alle spalle le scene pubbliche alla via col vento e vediamo la realtà: le destre di questo paese sono d’accordo su una sola cosa: la condivisione del potere per il potere e il resto è fuffa. Sono culturalmente arretrate, omofobe, xenofobe, strizzano l’occhio ai neofascismi, non dicono una parola in occasione delle celebrazioni che ricordano le stragi perpetrate ai danni dell’Umanità; non hanno programmi economici, sociali, non danno segni di rivoluzione del pensiero rispetto ai diritti individuali, sono prone a un capo. Sempre lui. In più non hanno una classe dirigente: e questo non lo diciamo noi, lo raccontano i risultati delle ultima amministrative nelle grandi città dove i candidati di Meloni (a Roma) e Salvini (a Milano) sono stati distrutti dal voto dei cittadini.

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Ora il giochino si è spostato al Quirinale: Salvini non porterà a casa nulla e Meloni rimarrà all’opposizione. Si sapeva anche prima.

 

(27 gennaio 2022)

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