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Incertezza e disagi sociali nell’economia immateriale #gaiambiente

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di Vanni Sgaravatti, #gaiambiente

Lo sviluppo o meglio la crescita del sistema socioeconomico attuale non è stata solo portatrice di crescenti disuguaglianze sociali e ambientali, ma si è anche strutturata grazie a queste disuguaglianze.

Il benessere di una classe di nazioni o persone, quindi, dipenderebbe proprio dall’esistenza di quelle “povere”, configurando un debito costante delle prime verso le seconde, anche se spesso nascosto dalle statistiche che ci parlano solo di elargizioni monetarie e non della provenienza di questo surplus monetario, né delle contropartite di ben maggior valore nelle transazioni tra ricchi e poveri.

In questo contesto, vivono la maggior parte dei lavoratori e dei consumatori, schiavi dei pensieri ciechi imposti, così come le macchine pensate e progettate proprio per liberare una parte privilegiata dell’umanità e così come, in fondo, il pensiero di Aristotele su come doveva essere strutturata la democrazia greca è stato interpretato.

Disuguaglianze sociali e ambientali che nelle situazioni più drammatiche producono ribellioni violente e forti immigrazioni e che, comunque, attraggono verso una visione definita dall’interpretazione letterale delle Sacre Scritture soprattutto nei paesi musulmani o, inducono ad una nostalgia verso un passato idealizzato nei paesi occidentali, da riprodurre tenendo lontano con muri il nemico che non si comprende e che minaccia questa visione nostalgica della Società che è stata, magari nel ricordo di chi l’ha vissuta negli anni della giovinezza.

E anche in questo caso non si sfugge dalla necessità che il nemico, per essere individuato dal nostro sistema cognitivo intuitivo, debba essere composto da unità contrapposte: da una parte gli immigrati, gli stranieri, dall’altra il club dei grandi potenti, magari residuo della congiura giudaico sionista di qualche decennio fa. Il nemico deve essere fuori di noi e chiaramente individuato.

Nei paesi occidentali, grazie agli effetti generati dalla possibilità di interazioni economiche globali, anche cognitive, in tempo reale, l’innovazione tecnologica e scientifica degli ultimi decenni ha accelerato esponenzialmente la crescita economica, lasciando però quella istituzionale sostanzialmente invariata. Questo differenziale tra la velocità di cambiamento tecnologico e l’innovazione delle istituzioni è una delle fonti più importanti di disagio nelle persone.

Le fondamenta della nostra economia e della società stanno cambiando, il baricentro sta subendo uno spostamento dimensionale a velocità crescente, forse in modo incompatibile con il tempo necessario per un’innovazione istituzionale incrementale e non radicale.

Il disagio si traduce nelle persone in una domanda di politiche di protezioni, di tutela, che viene proposta immaginando di tornare a un passato che non potrà ritornare.

Il XXI secolo ci sta portando anche una trasformazione profonda della comunicazione politica, che sta determinando una crisi delle strutture di intermediazione precedenti. La dimensione immateriale decostruisce le gabbie di senso in cui questa comunicazione era strutturata, annullando tempi e distanze, eliminando la rigida separazione di ruolo tra produttore e consumatore di informazione. Gli effetti sono davanti a noi, in tutto il mondo (dal libro di Quintarelli: “il capitalismo immateriale”).

Nonostante l’economia immateriale metta la conoscenza e quindi le nostre capacità, al centro dei modelli di produzione, le persone si sentono più incerte, insicure, e le loro vite sembrano sempre più in balia di fattori ingovernabili. Molte persone percepiscono forze che stringono le loro vite come in una morsa e che non comprendono.

Mentre pochi privilegiati ai vertici della piramide conquistano fette crescenti di ricchezza, molti altri vedono la propria vita più a rischio, il loro futuro più indeterminato e si sentono impotenti, più irrilevanti che sfruttati.

 

Disagio sociale e istituzioni sempre “un passo indietro”

Il secolo scorso ci ha portato innovazioni istituzionali che hanno accompagnato la trasformazione industriale, come l’allargamento della democrazia, l’ampliamento del welfare pubblico e privato, le rappresentanze sindacali organizzate di lavoratori e organizzazioni datoriali, la ricerca scientifica di laboratori e università.

Al tradizionale conflitto tra lavoro e capitale, cuore delle trasformazioni e ahimè delle guerre che hanno caratterizzato il ventesimo secolo, portando a queste istituzioni di tutela e garanzia, si stanno sovrapponendo altri conflitti.

Da una parte, chi si trova all’interno di queste tutele e garanzie, perché inserito in un contesto passato, dall’altra, chi invece ne rimane escluso, perché già operante in un futuro diverso, portato dall’evoluzione tecnologica che sfilaccia la società.

È tradizionale la difficoltà di una delle principali istituzioni a tutela delle persone in ambito lavorativo, il Sindacato, che, da una parte dovrebbe essere interessato a difendere il lavoro anche come occasione di sviluppo della persona e, dall’altro che ricava diretta legittimità dell’istituzione sindacale da chi è già occupato, in particolare, nelle grandi imprese.

L’interesse verso il primo tipo di tutela o sostegno significherebbe, per il Sindacato, prendersi cura, chi si trova o si potrebbe trovare in una posizione di potere asimmetrico in un contesto di sempre più rapido cambiamento nelle mansioni, nei contenuti delle stesse e nello sviluppo continuo di competenze acquisite attraverso un’educazione permanente dentro e fuori ai luoghi di lavoro.

La difficoltà nel tutelare chi sta fuori e dentro il mondo del lavoro come condizione che accompagna la vita lavorativa e di chi, già occupato, deve difendere i diritti acquisiti è tradizionalmente nota, ma quello che è relativamente nuovo è la sempre più veloce variazione della composizione e della dimensione di persone del primo tipo di persone, che sono alla ricerca del lavoro, di tipi di lavori e di ruoli, oltre che delle competenze e le modalità necessarie per svolgerli.

Questa sovrapposizione di conflitti sta accadendo con una velocità caratteristica dell’immateriale, perché è correlata allo sviluppo delle stesse tecnologie che la rendono attuabile. Il tutto in un modo che sfugge a chi interpreta il mondo attraverso i rapporti tradizionali della dimensione materiale e che, quindi, non riesce a percepire e quindi a codificare la trasformazione in atto.

Siamo proiettati nell’economia immateriale, ma ci basiamo ancora su istituzioni ereditate dall’economia materiale e industriale del ventesimo secolo, incapaci di porre una visione per affrontare queste sfide. Nel frattempo, le persone che non avranno le storiche istituzioni di tutela e garanzia devono anche sostenere buona parte del peso delle vecchie istituzioni. A quelle persone dovremmo dare una nuova visione del futuro. Per quelle persone dovremmo inventare nuove soluzioni.

Purtroppo, le persone che oggi sono responsabili di istituzioni pubbliche per lo sviluppo economico e delle condizioni lavorative che ne conseguono e i responsabili di quelle a tutela della stessa occupazione, provengono da percorsi professionali sviluppati in modelli di società molto diversi.

Percorsi professionali che, o condizionano la loro visione, sempre un passo indietro rispetto alla velocità di trasformazione, oppure, se anche queste visioni, grazie alle qualità individuali dei singoli, risultano efficaci e aggiornate non riescono ad essere da concreta guida dell’agire politico sindacale, perché vincolate dagli obblighi assunti verso strutture di potere associativo, che rappresenta il passato.

Le giustificazioni morali dei comportamenti dei responsabili politici e sindacali si possono sempre trovare, immaginando, ad esempio, di privilegiare gli interessi concreti di tutte quelle persone a cui il pane rischia di mancare, svalorizzando il discorso sulle competenze da sviluppare come “chiacchiere” da intellettuali o come anticipazioni di un futuro che verrà e a cui penseremo dopo, quando apparirà l’urgenza, ma che, quando avverrà, sarà sempre un passo indietro.

 

(28 novembre 2021)

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