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martedì, Settembre 28, 2021

Maschiacci italiani, o della disperata necessità di essere branco

di Daniele Santi, #sport

Il maschiaccio italiano, quello che è tutto un’omofobia e un fascismo di giorno, maschilista fino alla morte, e ritrovi nei cespugli degli sposati di notte, spesso in multipla compagnia, non è un animale raro ed è replicabile in ogni paese. Ma il maschiaccio italiano, quello che non esprime mai un’opinione se il capo del momento non è d’accordo, ha un limite in più: se si sente solo è perduto. Perché gli tocca pensare.

Il cane sciolto non è contemplato nella testa del maschiaccio da branco, ma gli piace fare il capo, così può succedere di ascoltarlo in una diretta radiofonica parlare di quelli dello 0-0 riferendosi a coloro che rifiutano di esprimere opinioni, magnificando quelli che invece le esprimono perché hanno carattere, e cambiare opinione a sua volta almeno tre volte nel volgere di un breve discorso. Questo perché la crescita morale prevede autocritica.

L’esempio tipico del maschiaccio italiano ha molti esempi nel quotidiano. I gruppi di ciclisti del sabato e la domenica, ad esempio, sono repliche di cinghialoni adolescenziali, panze e triple tette evidenziate da tutine aderenti perché è la divisa che ti fa ciclista, insieme ad une ventina di altri panzuti attempati, patetici nel loro disperato giovanilismo con ictus dietro l’angolo, che si suddividono i compiti: il capo fila è seguito dagli utili idioti che fanno branco e il suo secondo chiude la fila, perché l’utile idiota va controllato. Si scambiano grida: “Va tutto beneeeeeee????” e la riposta “Sììììììììì” è il trionfo della ciurma. Le povere mogli a casa, già duramente provate dal triste spettacolo della vestizione giovanilista, dovranno incontrarsi con anziani sudaticci che racconteranno gesta normali col patetico entusiasmo di chi futuro non ne ha mai avuto, ma ora lo sa, e l’esagerazione dell’ometto che è il capo solo in casa sua. Almeno secondo le sue personali credenze…

Poi ci sono i branchi da stadio: capo capetto e futuri capi, canzoncine razziste e pestaggi per goliardia mica per fascismo, brutti dio solo sa perché, anzi lo sanno anche loro perché il corpo è lo specchio dell’anima, e via andare tutti insieme appassionatamente, sempre in gruppo, perché da solo non sono nessuno, ma mai confesserò la mia dipendenza dal branco, perché grazie al branco sono qualcuno e se entro nel branco giusto magari posso diventare anche uno che vale, tipo che ho del potere… Non succede per meriti semplicemente perché i capi hanno sempre bisogno di servi e servetti – serviliof course – da ripagare con l’illusione di essere qualcuno. Perché persino per essere qualcuno ci vuol coraggio. Indotto. Va da sé.

E qui verrebbe da fare una battuta finale sulle ragioni per cui l’Italia avrebbe deciso di non inginocchiarsi per il Black Live Matters e su ciò che il maschiaccio italiano e la sua disperata necessità di essere branco suggeriscono essere ciò che è giusto e ciò che non lo è, ma poi succede che si dà troppa importanza ad esserini la cui esistenza passerà senza lasciare traccia dentro di un esasperato giovanilismo sportivo che è già passato mentre te lo stai godendo e che non farai in tempo ad elaborare nel post-fama calcistica perché non ne avrai il tempo. Purtroppo il maschiaccio e la sua disperata necessità di essere branco sono così impegnati ad essere maschiacci e branco da dimenticarsi l’essenziale. Ad esempio che il tempo passa. E che tutti i grandi uomini, quelli che hanno cambiato il mondo, non quelli che hanno gridato goooooooool di fronte a un popolino urlante e drogato di nulla, sono stati cani sciolti.

 

 

(26 giugno 2021)

©gaiaitalia.com 2021 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 




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