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Quando non c’è rispetto come insegnare a non odiare?

di Daniele Santi

 

 

 

 

Oggi è una delle tante giornate nelle quali si ricorda che l’odio verso un determinato gruppo di persone è male: da tredici anni il 17 maggio si celebra la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, la Transfobia, la Bifobia, in un trionfo di notizie e di raccomandazioni che puntualmente si perdono per strada per altri 364 giorni, fino al 17 maggio dell’anno successivo quando tutti, o quasi tutti, ci ritorneranno sopra per commentare, lottare contro l’odio, alimentare l’odio e via celebrando.

Il numero di giornate mondiali contro qualcosa ha raggiunto un numero insopportabilmente alto che rende praticamente inefficaci le celebrazioni, a nostro avviso, celebrazioni che passano quasi sotto silenzio perché tanto si celebra in tutto il mondo e io che cosa mi impegno a fare; in più a fronte di una giornata in cui l’ostentazione di informazione e di impegno sul tema prescelto arriva quasi alla saturazione, e quindi – in soldoni – all’invisibilità,  seguono 52 settimane di silenzio. Posto che non crediamo sia questo il modo per “sensibilizzare” – parola insopportabile – sui temi “sensibili” – altra parola insopportabile – ci chiediamo come sia possibile che un paese come l’Italia aderisca alla Giornata Mondiale contro l’Omofobia, la Transfobia, la Bifobia se poi i suoi numerosi e cialtroneschi governi, anche quelli che hanno fatto la legge sulle Unioni Civili, non trovano il tempo di discutere e varare una legge che l’omofobia la punisca sul serio come succede, au contraire, per l’aggravante della xenofobia e dell’odio razziale.

Come può esserci una vera cultura contro l’omofobia, ad esempio, se le stesse associazioni LGBT si scannano tra loro per avere più visibilità, per essere più brave delle altre, quando più di una volta abbiamo sentito offese omofobe scagliate da gay contro altri gay? Come ci può essere un odio tale tra immigrati da far giungere in uno sperduto paesino dell’Africa pericolosissime falsità e pettegolezzi da giornale porno su questo o quell’africano? Perché c’è sempre qualcun altro contro il quale scagliarsi? Quando non c’è rispetto come possiamo insegnare a non odiare?

Un paio di settimane fa siamo andati a sporgere denuncia alla polizia postale nei confronti di signori che, non d’accordo con i nostri articoli, non si erano limitati alla legittima critica sui contenuti, ma si erano spinti assai in là con gli insulti all’Editore arrivando a tacciarlo di “delinquente e mafioso”, in una manifestazione di ignoranza del vivere che è, ahiloro, molto più potente, nel breve periodo, di qualsiasi manifestazione “contro” quell’ignoranza. I social network contribuiscono ad amplificare l’odio, l’ignoranza ed il non rispetto per l’altro, trincerandosi dietro la libertà d’espressione, cosìcché diventa assai difficile contrastare l’odio lanciato contro questo o quel gruppo sociale. Tuttavia prendersela solo con i social, o meglio, prendersela con l’uso che dei social si fa non ha molto senso: Santa Romana Chiesa ha spesso lanciato le sue armate di fanatici contro i promotori delle leggi contro l’omofobia giustificando il loro odio – che MAI hanno manifestato con eguale virulenza contro i preti pedofili che da Santa Romana Chiesa sono stati, purtroppo, coperti – con la libertà d’espressione. Stessi argomenti utilizzano, come spade affilate, gli esponenti delle raffinate [sic] destre di casa nostra, quelle destre che dicono di guardare all’Europa ed ai diritti di tutti, basta che non siano gay, lesbiche, trans, immigrati, negri, musulmani, meticci, sudamericani, meridionali, prostitute, donne violentate e maltrattate e se volete possiamo andare avanti per molto…

La cultura del rispetto dell’altro è stata fagocitata da un’umanità che ha nel suo ego ipertrofico il tallone d’Achille: c’è una parte del mondo che avendo scoperto la possibilità di continuare a guadagnarsi da vivere mentre contemporaneamente si può anche divertire – lavoro a Milano e contemporaneamente, grazie allo smartphone, chiacchiero e non solo chiacchiero con te che stai a Pechino – non è disposta a rinunciare a ciò che ritiene essere un diritto inviolabile: faccio ciò che mi pare a casa mia e se solo intravvedo la possibilità che qualcuno mi tolga quel diritto, anche se quell’intravvedere sta soltanto nella mia testa, mi difendo. Esempio semplice da parrucchiera di paesotto sperduto, lo sappiamo bene. Immaginiamo, a proposito di rispetto, molti che leggeranno questo articolo e si troveranno a pensare quanto siamo ignoranti, prevedibili e banali.

Ma la questione sta tutta qui: le cose più importanti sono quelle banali. E’ nella banalità quotidiana e nelle azioni più “banali” che noi esprimiamo la nostra umanità. Basterebbe “banalmente” pensare al fatto che da un momento all’altro potremmo essere morti, perché del doman non v’è certezza diceva il poeta, e la nostra visione del mondo cambierebbe: scopriremmo il rispetto per ciò che c’è ed apprezzeremmo ciò che abbiamo arrivando persino a lottare perché tanta bellezza non sia infangata dal sudiciume dell’odio e dell’intolleranza che sono “anche” dentro di noi.

Nel frattempo, mentre continuiamo a dare la colpa agli altri, non riusciamo nemmeno a vedere che il mondo va dove deve andare nonostante noi, le nostre resistenze, le nostre paturnie, il nostro odiare. Perché il mondo fa ciò che gli pare incurante dei nostri mal di pancia. E tutto ciò che sappiamo fare è renderlo un inferno con l’odio e l’intolleranza e qualche guerra di qua e di là.

Però possiamo decidere di cambiare. Metterlo in atto, questo cambiamento tanto semplice, comporterà il farla finita con l’odio vers gay, lesbiche, trans, immigrati, negri, musulmani, meticci, sudamericani, meridionali, prostitute, donne violentate e maltrattate, il nostro vicino, il parente ricco, il parente povero, il negoziante, il politico, i tifosi della squadra avversaria e se volete possiamo andare avanti per molto…

 

 

 

 

(17 maggio 2017)

 




 

 

 

 

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