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Dove sono quelli che dovevano fare la Legge elettorale in due settimane?

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di Daniele Santi

 

 

 

 

La dura battaglia per la nuova Legge Elettorale è iniziata e ancora non se ne vede, non diciamo la fine, ma nemmeno una possibile evoluzione visti i paletti, gli steccati e i muri che le varie forze politiche stanno mettendo in campo per confermare l’antico adagio che in Italia le Leggi Elettorali non si fanno per garantire governabilità al Paese, ma per evitare di perdere poltrone.

La situazione è ingarbugliata, ed in questo garbuglio, che cercheremo di spiegare più in là, con l’aiuto di qualcuno che ne sappia più di noi, colpisce il silenzio di colui che vaneggiava di leggi elettorali approvate in quindici giorni e di riforme costituzionali da farsi in due mesi: quest’omuncolo, vero e proprio burattinaio dei mali politici degli ultimi vent’anni di politica italiana, è scomparso. Si è perso o preferisce stare zitto tramando, come sempre, nell’ombra, dopo avere assistito al fallimento del suo progetto politico che era la scomparsa di Matteo Renzi dopo che quest’ultimo, nonostante l’impegno dei sodali Emiliano, Orlando e i vari Bersani e Speranza fuorusciti dal PD, ha stravinto le primarie? Non abbiamo risposte, ma forse è meglio così.

Dell’uomo che schiavo dei suoi deliri di onnipotenza ha fatto saltare in aria l’Ulivo e provocato le dimissioni del governo Prodi, per poi allearsi con Mastella che fondò un partito apposta – lui che grida contro la destra di Verdini – e governicchiare per un annetto o giù di lì prima di dimettersi platealmente, perché all’ometto piacciono i gesti eclatanti, non si hanno notizie. O meglio si hanno. Veleggia nelle file di Mdp, ne è di fatto il capo supremo, e ordisce attacchi al suo ex partito.

L’attuale discussione sulla legge elettorale è più uno psicodramma che un sano confronto, ma sappiamo bene come funzionano certi politici in Italia. Bersani, che quando vuole è anche uomo sensato, si dichiara disponibile a discutere basta togliere dai piedi “I Capilista bloccati”, affermazione sulla quale non è difficile essere d’accordo. Più complicato esserlo sul “di tutto il resto si può discutere”, pragmatismo piacentino che non spiega cosa sia questo “tutto il resto” che nessuno sa cos’è.

Per questo ci preoccupiamo di sapere che fine abbia fatto l’ometto di tutte le soluzioni, quello che in due settimane avrebbe dovuto risolvere tutto, perché c’è davvero bisogno di lui. Ma i grandi uomini son tutti così: si fanno il loro partitino, la loro nicchia di potere e poi scompaiono. Perché nell’ombra di trama meglio. Poi è vero ciò che dice Bersani quando afferma che bisogna privilegiare il “rapporto tra democrazia e popolo”, basta che il popolo non voti Renzi, perché allora è scomunicato.

Il problema di certi grandi uomini politici o presunti tali, che finiscono regolarmente in nicchie del 3% o poco più, vedasi Pippo Civati, è che vogliono sempre parlare al popolo per farsi meglio gli affari proprio. Il loro (e nostro) dramma è che il popolo fin’ora li ha ascoltati. Non è però detto che vada sempre così.

 

 

 

(13 maggio 2017)

 




 

 

 

 

 

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