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Libano, o della guerra civile nei campi profughi. Intervista al giornalista Luca Steinmann

Il giornalista Luca Steinmann in Libano. Foto©Ahmed Bader 2017

di E.T.  twitter@iiiiiTiiiii

 

 

 

Luca Steinmann è un coraggioso e preparatissimo corrispondente di guerra che ha deciso di recarsi in Libano dove, insieme al fotografo e film maker Riccardo Margiotta, sta tenendo un corso di giornalismo, fotografia e film making ai giovani del luogo. Un’esperienza della quale ci racconta con entusiasmo nelle sue email all’interno di una realtà di microguerre civili a loro volta radicate in un conflitto tra musulmani molto più ampio che coinvolge tutto la zona del Libano e del Vicino Oriente che si basa sul secolare conflitto tra sciiti e sunniti.

 

Contro la manipolazione mediatica e il Terrorismo” non è solo un sottotitolo interessante per un documentario possibile, ma è soprattutto un preciso impegno in una regione devastata da decenni di conflitti e nella quale diversi schieramenti politico-militari e troppe potenze straniere si scontrano quotidianamente in un perdurare di odio e morte che sembra non avere fine e che ha creato un numero spaventoso di rifugiati. Soprattutto giovani. Citiamo proprio Luca Steinmann raccontandovi che la “comunità di rifugiati più consistente che vive in terra libanese è quella palestinese. Le delicate vicende storiche che hanno interessato Israele e la Palestina negli ultimi decenni hanno comportato l’espatrio di milioni di palestinesi, molti dei quali si sono stabiliti proprio nel vicino Libano, all’interno di campi profughi che non sono sotto il controllo dello Stato, bensì sotto quello della autorità palestinesi e dei rispettivi gruppi militari”. Ne derivano situazioni di enormi disagio e potenziali e continui conflitti dietro l’angolo.

 

Abbiamo chiesto a Luca Steinmann di rispondere alle nostre domande per questa intervista esclusiva che vuole far luce, grazie all’esperienza del giornalista sul campo, sulle dinamiche del terrorismo interno ed esterno al Medio Oriente, sulle possibile ragioni del disagio che lo nutre e sui giovani palestinesi che, dentro i campi che li accolgono, non riescono a trovare la pace che hanno cercato andandosene dal loro Paese in guerra. Ne è scaturita un’interessantissima chiacchierata che vi proponiamo di seguito, proponendoci di invitare di nuovo Luca Steinmann al più presto, all’interno di uno dei nostri appuntamenti con i Weekend Letterari Fest, da qualche parte d’Italia, per poter parlare dal vivo di questa sua esperienza.

 

 

Lei si trova in Libano dove sta documentando una guerra tra Palestinesi all’interno dei campi profughi di cui nessuno parla. Perché?
Perché in genere i media occidentali affrontano i temi di guerra solo quando le vittime sono cittadini occidentali, quando i massacri si consumano in terra occidentale o quando le potenze militari occidentali sono coinvolte direttamente. Non è il caso del conflitto interno ai palestinesi. I palestinesi che vivono nei campi profughi al di fuori di Israele e della Palestina sono i discendenti di coloro che furono espulsi dalla propria terra a partire dal 1948 a seguito della nascita dello Stato ebraico e dello scoppio del mai terminato conflitto arabo-israeliano. Queste persone attendono ancora di poter tornare in Palestina, cosa promessa loro dalle Nazioni Unite ma mai messa in atto. Mentre in Palestina le autorità palestinesi hanno accettato la soluzione di due Stati, riconoscendo dunque la legittimità di Israele ad esistere, gli esuli sono stati abbandonati a sé stessi, privati del diritto al ritorno e di un’autorità forte a cui sono abituati. Per questo alcuni di loro, soprattutto i giovani alla ricerca di una trincea e di una identità, aderiscono a formazioni radicali anche islamiste che generano violenza. Parlare di queste violenze, però, significherebbe riconoscere le difficoltà nelle trattative di pacificazione tra le autorità israeliane e palestinesi. E creerebbe molte polemiche. Possiamo dunque dire che finché “si ammazzano tra di loro” l’attenzione verso questo conflitto rimarrà piuttosto bassa.

 

Si tratta di una vera e propria guerra civile?
Si tratta di una guerra civile all’interno di una guerra civile più ampia che coinvolge tutto il Medio Oriente. Tutta la regione è insanguinata dalla conflittualità tra sciiti e sunniti e i palestinesi non hanno preso un’unica posizione a favore degli uno o degli altri ma si sono divisi in diversi gruppi antagonisti gli uni agli altri. Alcuni di questi, seppur fortemente minoritari, hanno aderito a gruppi radicali sunniti come l’Isis e a Jabhat al Nusra (Al Qaeda), altri hanno dichiarato fedeltà al regime siriano e a Hezbollah. Queste formazioni si combattono all’interno dei campi profughi della Siria e del Libano causando centinaia di morti e feriti. Fortunatamente questa guerra non coinvolge tutti i campi. Alcuni sono infatti sotto lo stretto controllo militare del regime siriano, di al Fatah o di Hezbollah che impediscono il radicamento delle cellule nemiche. Alcuni campi in Siria e Libano, come quello di Yarmouk a Damasco e quello di Ein el Hilwee a Sidone, però, sono stati parzialmente conquistati da fazioni che hanno giurato fedeltà all’Isis e a Nusra e che si scontrano con i palestinesi fedeli all’asse sciita. In questi campi è in atto una vera e propria situazione di guerra. A Ein el Hilwee, dove ora mi trovo, le Nazioni Unite hanno abbandonato le proprie postazioni perché non in grado di difenderle. Le autorità libanesi, invece, stanno costruendo un muro intorno al campo per evitare che la guerra coinvolga anche le zone circostanti.

 

Ci sono infiltrazione dell’Isis e di Al Qaeda, o di altre formazioni islamiste tra le due fazioni?
Le infiltrazioni dell’Isis e di Al Qaeda all’interno dei campi fotografano chiaramente ciò che sta avvenendo in tutto il Medio Oriente. Esattamente come l’Isis è in ritirata in Siria e Iraq lo è anche tra i palestinesi. Molte delle sue cellule sono state spazzate via dalle autorità siriane, libanesi e dagli Hezbollah, esse però hanno mantenuto il controllo di una parte del campo di Yarmouk, dove stanno resistendo e contrattaccando. Alcune cellule dell’Isis sono anche presenti qui a Ein el Hilwee, la maggior parte di esse è però stata soppiantata dalla crescita di Jabhat al Nusra, gruppo  legato ad Al Qaeda che sta tentando di porsi come nuova potenza egemone tra i gruppi radicali sunniti. Quello che preoccupa sempre di più è invece la crescita rapida di alcuni gruppi di islamisti radicali in Libano legati a dei partiti politici che sono al governo. Già nel 2007 un gruppo di 300 terroristi inizialmente supportati e finanziati da un noto partito sunnita libanese prese il controllo del campo profughi di Nahr El Bared, vicino a Tripoli, lungo il confine tra Siria e Libano. Si trattava di 300 persone provenienti da tutto il mondo (Siria, Libano, Afghanistan, Arabia Saudita, Giordania, Marocco, Pakistan, Kuwait) che in nome della difesa della causa palestinese prese in controllo del campo e tentò un colpo di mano contro lo Stato. Le autorità libanesi reagirono e scoppiò una guerra che rase il campo totalmente al suolo a causa dell’utilizzo di bombe e missili che alla fine cacciarono i jihadisti ma lasciarono a terra anche tantissime vittime civili. Secondo gli abitanti di Nahr El Bared quello di allora fu un tentativo di rivoluzione analogo a quello che qualche anno dopo avrebbe colpito la Siria. E’ questa una delle tendenze più preoccupanti. L’affermazione di gruppi jihadisti sconosciuti e finanziati e sostenuti dalla politica. I partiti libanesi che convivono in parlamento si fanno la guerra per le strade e nei campi profughi a spese di migliaia di innocenti.

 

foto ©Ahmed Bader

La conflittualità tra le due correnti religiose non rischia di diffondersi anche in Europa?
L’immigrazione di massa che parte da queste regioni verso l’Europa potrebbe ricreare logiche analoghe anche da noi. Dicendo questo bisogna però stare molto attenti: confondere l’immigrazione con il terrorismo è un grosso errore, tutti i dati ci dicono che solo una parte incredibilmente minima di chi ha attraversato il Mediterraneo abbia poi sviluppato intenzioni terroristiche. La maggior parte dei migranti è semplicemente alla ricerca di una situazione migliore di quella che lascia alle spalle. Quello che va sottolineato è che il trasferimento di interi blocchi di popolazioni da un continente ad un altro potrebbe portare con sé anche le rivalità etniche e religiose. E’ un dato di fatto per esempio che in Germania si siano registrati diversi scontri tra gruppi di turchi, curdi e alawiti per motivi ideologici non endemici all’Europa. Il rischio è che l’immigrazione di massa si trasformi in un sistema di redistribuzione dei migranti “all’americana”: trovando sul territorio in cui sbarcano comunità di propri connazionali o di fratelli di fede già radicate e segregate c’è il rischio che chi arriva entri a far parte di tali comunità avendo solo contati minimi con la cultura autoctona. Molti di questi casi sono già stati registrati in diversi Paesi occidentali. Se ciò diventasse la norma l’Europa rischierebbe di diventare un territorio libanizzato, cioè suddiviso in diverse comunità etniche e religiose fedeli più alla propria comunità che allo Stato. In un tale contesto i rischi di conflittualità civile non sarebbero da sottovalutare.

 

E’ soltanto l’immigrazione uno dei possibili veicoli o ci sono altri pericoli che dal suo osservatorio privilegiato riesce a vedere?
Vivendo insieme agli aspiranti migranti, ossia a coloro che sognano di partire per l’Europa, si capisce come la questione dell’immigrazione non sia solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa. In Europa le forze politiche avverse all’immigrazione temono soprattutto che l’alto tasso di natalità delle nuove popolazioni possa condurre alla sostituzione degli europei che non fanno più figli. In pochi sono coscienti dell’effetto che la cultura politica e religiosa di molte delle persone che arrivano potrebbe avere sulla vita europea, a prescindere dai numeri. Un esempio: tantissimi dei siriani che nel 2015 sono arrivati in Europa per poi stabilirsi in Germania sono in realtà palestinesi nati e cresciti nei campi profughi in Siria. Tantissimi di loro con cui parlo e vivo sono andati o andranno in Europa con un obiettivo: quello di ricevere un’educazione migliore da mettere al servizio della propria lotta contro lo Stato d’Israele che è e rimane il loro principale nemico. Ora, non è detto che tutti quelli che sbarchino in Europa poi rimangano ortodossi su queste posizioni. E’ però un dato di fatto che nel 2015 aprendo le frontiere la Germania abbia fatto accedere sul proprio territorio decine di migliaia di persone che vedono in Israele il primo nemico. In una Germania che non ha mai fatto i conti con i fantasmi della propria storia e che sta tentando di sviluppare una propria nuova identità nazionale fondata sul senso di colpa per l’Olocausto e sulla vicinanza politica ed emotiva alla sensibilità ebraica, la presenza di decine di migliaia di palestinesi avversi a Israele, ma registrati dalle autorità tedesche come siriani, rappresenta una sfida molto delicata. Finora nessuno ha mai fatto emergere come la presenza anti-ebraica in Germania sia massiccia. Quando ciò avverrà diventerà sicuramente una questione politica molto sentita.

 

Perché la stampa internazionale ignora questi accadimenti?
Innanzitutto per mancanza di informazioni. Raramente i corrispondenti che sono sul territorio vivono a tempo pieno con le persone di cui scrivono. La condivisione della vita, dei pasti, delle stanze, del freddo e delle difficoltà con i locali crea uno spirito di condivisione che permette di accedere a tantissime informazioni che difficilmente un reporter che vive in albergo coglie. Non va sottovalutata però la dimensione politica. Riconoscere l’arrivo di così tanti palestinesi in Europa metterebbe nuovamente in luce l’esistenza dei campi profughi sparsi per tutto il Medio Oriente. Significherebbe porre l’attenzione sulle difficoltà del processo di pacificazione israelo-palestinese che ha dimenticato milioni di esuli al di fuori dei propri confini. Significherebbe ammettere che tali difficoltà sono tra i principali motori dell’immigrazione. Significherebbe ricordare a tutti gli arabi, oggi in conflitto tra loro, che per decenni essi hanno avuto un nemico comune, cioè Israele, che li univa. Significherebbe mettere in discussione la funzione di Israele come avamposto occidentale all’interno del mondo islamico. Significherebbe ammettere che l’apertura delle frontiere promossa da Angela Merkel sia in realtà lasciata piuttosto al caso e che abbia sottovalutato la forza delle identità delle popolazioni che accoglie.

 

Come e quanto la narrazione di un’Europa “paradisiaca” influisce sui giovani palestinesi e/o libanesi e/o mediorientali in genere?
Influisce tantissimo su tutte le popolazioni del Vicino Oriente. La descrizione che la stragrande maggioranza dei giovani percepisce dell’Occidente è di un mondo ricco e dalle infinite possibilità, contrapposto alle sofferenze di società retrograde e obsolete in cui vivrebbero. I messaggi che ricevono dalle televisioni internazionali creano in loro aspettative enormi. Tantissime persone sono salpate per l’Europa rischiando la vita e spendendo migliaia di euro solo dopo aver visto in televisione la famosa foto di Angela Merkel che fa un selfie con un migrante. Una foto del genere fa passare l’idea che in Europa tutto sia possibile e che le possibilità di successo siano enormi e rapide. Questo, aggiunto all’incertezza per il futuro, fa sì che tutti vivano nell’opzione migratoria.

 

E qual è la loro reazione nello scoprire che non si tratta certo di un “paradiso”?
Tutti coloro che ho conosciuto lamentano le difficoltà nell’integrarsi, tant’è vero che ci non sono pochi i casi di persone che, una volta migrate, decidono di tornare indietro. Ciò nonostante l’attrazione che l’Europa esercita è ancora fortissima e passa molto anche dai social. Vedendo le foto postate su Facebook dei propri coetanei migrati in molti decidono di partire a loro volta. Ci sono anche tanti casi di persone che in Europa si trovano in condizioni ben peggiori rispetto a quelle originali, ma che non fanno marcia indietro per non disilludere le aspettative della famiglia o per non infrangere la descrizione positiva con  cui raccontano la propria vita attraverso i social. Proprio oggi parlavo con un ragazzo palestinese il cui fratello, un ingegnere, è a Londra a lavorare in nero come assistente-idraulico. Partito dal Libano nel 2015 è arrivato in Germania, dove era certo di trovare un impiego che non ha mai trovato. Allora è partito per l’Inghilterra dove ha iniziato il nuovo lavoro in nero, maltrattato e sottopagato. Sul lavoro si è infortunato e non ha i soldi per farsi ricoverare. Eppure sui social la sua vita sembra bellissima. Di storie de genere ce ne sono a migliaia.

 

Perché non si vede nessuna mobilitazione che abbia un senso per arginare i rischi di tutto ciò di cui abbiamo parlato?
Perché l’immigrazione è diventata una questione politica. E per ottenere voti bisogna lanciare messaggi semplici e diretti: o si è a favore di essa o si è contro. E’ più difficile invece riconoscere che decenni di destabilizzazione del Medio Oriente e di esposizione delle popolazioni locali alla propaganda occidentale abbiano avuto effetti devastanti. Ci sono diversi studi che spiegano chiaramente come il bombardamento mediatico occidentale abbia lentamente cambiato gli usi, i costumi, i gusti, i sogni e i bisogni di milioni di persone di questa parte di mondo senza che queste neanche si accorgessero che ciò avveniva. Mobilitarsi contro tutto ciò significherebbe condannare l’esportazione del modello di vita occidentale al di fuori dell’Occidente. Significherebbe invitare le persone di questa parte di mondo a non farsi sradicare dalla propria cultura, che generalmente è islamica. E ciò difficilmente genera consensi politici. E’ molto più semplice indicare un unico nemico ben identificato al quale contrapporsi.

 

Cosa Le dicono di tutto questo i ragazzi che Lei sta seguendo?
La maggior parte dei giovani uomini palestinesi farebbe volentieri a meno di combattere. La disoccupazione e l’incertezza per il futuro spinge però molti di loro ad imbracciare il fucile e ad arruolarsi nelle milizie in cambio di uno stipendio che si aggira tra i 100 e i 200 dollari mensili. L’arruolamento è ormai diventata una scelta di ripiego per coloro che non hanno alternative, non una vocazione. Le giovani donne sono invece estremamente motivate a studiare e a imparare e attribuiscono un grandissimo valore alla famiglia, alla generosità e alla gratuità del dono. Molte di loro che hanno avuto contatti con la società occidentale sono molto critiche nei suoi confronti perché ritengono renda difficile mettere su famiglia e quindi ricevere gli aiuti spontanei e disinteressati che questa garantisce. I punti di criticità non mancano. Le milizie che controllano i campi o parte di essi non hanno mai abbandonato le armi da quando nacquero per combattere contro Israele e non hanno mai sviluppato alcuna classe dirigente né stato sociale. Ogni forma di assistenza disponibile, dalle scuole agli ospedali, è fornita unicamente dalle Nazioni Unite. I palestinesi dei campi vivono nell’attesa di tornare in una terra che non hanno mai visto, nel frattempo usufruiscono dell’assistenza delle Nazioni Unite aspettando che qualcuno faccia qualcosa per loro. Questo mostra come la mentalità generale non sia mai stata veramente decolonizzata e che quando non ci sia da combattere i palestinesi non abbiano saputo fino ad oggi costituire alcuna classe dirigente che guidi la propria comunità.

 

In chiusura, quali progetti l’hanno spinta in Libano a contatto con questa realtà?
Mi sono stabilito in Libano per tenere dei corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi in cui si vive questa conflittualità. I corsi sono rivolti ai giovani palestinesi tra i 18 e i 29 anni e puntano a fornire loro gli strumenti per raccontare il loro messaggio all’Occidente, per spiegare al pubblico occidentale quali sono le ragioni che spingano molti di loro a volere migrare e altrettanti a imbracciare le armi per combattere il conflitto intestino che vivono tutti i giorni. La gente qui non muore di fame. Un signore anziano mi ha detto che è stufo di vedere le Ong portare loro il pane e che preferirebbe che arrivasse gente dall’Europa per insegnar loro ad aprire una panetteria per essere autosufficiente. Più degli aiuti materiali servono aiuti umani per far comprendere ai miei coetanei locali che hanno tutti i mezzi e le capacità per costruirsi un futuro dignitoso senza dover fuggire e senza dover essere sradicati dal proprio mondo. Ma anche e soprattutto per capire con loro come il bombardamento mediatico occidentale spinga tutti noi a prendere decisioni di cui spesso non siamo neanche consapevoli. Ovviamente da soli non possiamo raggiungere le masse. Ma essere sul territorio, vivere insieme e tenere dei corsi permette di instaurare rapporti umani che durino nel tempo. E che garantiscano una crescita reciproca che possa portare alla formazione di una nuova classe dirigente. Che qui manca tremendamente. E che è l’unica cosa che può decolonizzare l’immaginario collettivo.

 

(14 gennaio 2017)

 




 

 

 

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