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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: Inchiesta/La questione culturale (quarta parte), musica, spettacolo, etc…

di Vittorio Lussana  twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

Come già accennato negli articoli precedenti, l’Italia proviene da un passato di Paese da sempre avvezzo alla repressione sessuale, particolarmente esposto alle controffensive del cattolicesimo controriformista. La sola eccezione a tale soffocante influenza è sempre stata quella rappresentata dal cosiddetto ‘doppio senso’, che per lungo tempo ha fornito l’unica ‘valvola di sfogo’ di un regime culturale ‘pseudo-perbenista’, traboccando nelle riviste e negli spettacoli teatrali. Ma alle donne italiane, tanto per fare un esempio, sino alla liberazione sessuale del 1968 non era permesso, secondo misteriosi canoni d’imposizione comportamentale, né di indugiare con lo sguardo su un attore cinematografico di bell’aspetto, né di sorridere di fronte agli ‘sketch’ dei comici più inclini alla battuta lasciva. Questo clima di castità culturale e verbale ha impregnato per interi decenni il panorama della nostra produzione artistica, musicale, cinematografica e persino televisiva: mentre a Parigi Georges Brassens e Juliette Gréco, già negli anni ’50 del secolo scorso interpretavano brani musicali imperniati sui testi di Jean Paul Sartre, qui da noi, sino alla fine degli anni ’60, continuarono a imperversare le ‘marcette melense’ di Armando Fragna (‘Arrivano i nostri’, ‘I cadetti di Guascogna’ e ‘I pompieri di Viggiù’) e il seguitissimo ‘Festival di Sanremo’ consacrava canzoni che grondavano uno stucchevole patriottismo (‘Vola colomba’); una satira ‘tremebonda’ (‘Papaveri e papere’); lacrimosi elogi della maternità (‘Tutte le mamme’); squallidi inviti al servilismo (‘Arriva il direttor’). I baci, tanto per fare un altro esempio, nelle canzoni italiane per lungo tempo sono rimasti letteralmente proscritti, mentre l’amore era ammesso solamente per ricordare che andava a finir male (‘Grazie dei fior’), o che comunque generava sofferenza e infelicità (‘Viale d’autunno’ e ‘Buongiorno tristezza’). Anche la prosa di giornali e riviste fu costretta per decenni a utilizzare un linguaggio stracarico di circonlocuzioni e sinonimie: ‘petto’ per ‘seno’; ‘stato interessante’ per ‘gravidanza’; ‘lieto evento’ per ‘parto’; ‘interruzione di maternità’ per ‘aborto’; persino, ‘pugno’ per ‘cazzotto’. Il culmine venne toccato nel 1954, quando il settimanale ‘Oggi’ pubblicò un’inchiesta dedicata alle abitudini sessuali degli americani (si chiamava ‘Rapporto Kinsey’) in cui l’editore, Edilio Rusconi, venne bruscamente richiamato a ‘tradurre’ quell’indagine “in lingua italiana”, sostituendo l’aggettivo ‘sessuale’ con ‘amoroso’ e il sostantivo ‘coito’ con il più ‘poetico’ (!) ‘espansione sentimentale’. Magistrati e commissioni di censura hanno sempre lavorato, qui da noi, al fine di correggere, ‘tagliare’, modificare, modulare, manipolare e proibire, come se non avessero niente di meglio da fare. Nel cinema, la scure del bigottismo si è più volte abbattuta, per mezzo dell’accusa di “scarso senso del pudore”, su autentici capolavori come ‘Il diavolo in corpo’ di Claude Autant – Lara, o ‘Sorrisi di una notte d’estate’ di Ingmar Bergman, mentre per quanto riguarda il teatro, nel 1961 si giunse addirittura a proibire la rappresentazione de ‘l’Arialda’ di Giovanni Testori. In campo pubblicitario, soprattutto nella presentazione di capi di abbigliamento e di biancheria intima, i ‘pericoli’ erano addirittura all’ordine del giorno: mostrare l’attaccatura di un seno era lecito sui giornali femminili (“tra donne, si può”), ma diventava pericolosissimo sui manifesti ‘murali’, poiché questi s’imponevano allo sguardo dei bambini innocenti. Si dovette dunque seguire l’esempio dei rotocalchi, in cui le foto delle attrici venivano regolarmente ritoccate ricoprendo ‘scollature’ e ‘decollette’ con pizzi e merletti, al fine di evitare vere e proprie condanne penali per oltraggio al pudore. La gravità di una simile ‘etica dominante’, che ha sempre ‘sbandato’ tra un falso ‘buonismo’ di stampo ‘cattocomunista’ e veri e propri trasalimenti ‘clericofascisti’, era rappresentato soprattutto dal fatto che questa veniva imposta soprattutto alle donne. Esse erano costrette ad atteggiamenti quotidiani di illibatezza e di riserbo, mentre per gli uomini un ben preciso ‘gallismo virile’, di diretta discendenza fascista, rappresentava un comportamento da interpretare obbligatoriamente. Questo ‘gallismo maschilista’, oggi fortunatamente in grave crisi d’identità, è sempre stato un tratto del nostro carattere nazionale che il fascismo aveva fortemente incoraggiato e che il clero cattolico non ha mai voluto combattere. La Chiesa, in particolare, su tali frontiere culturali da sempre risulta totalmente ‘disarmata’, o costretta a continui ‘arroccamenti difensivi’ e, nel tentativo di aggirare ogni ostacolo, a lungo ha esercitato una pressione spaventosa sui bambini attraverso l’uso ‘terroristico’ della ‘confessione’, che ha trasformato i cosiddetti ‘atti impuri’ nel peccato per antonomasia profetizzando, a chi praticava la masturbazione, una morte precoce, malattie veneree o addirittura la cecità. Infine, il disinteresse cattolico per l’omossessualità, oggetto di un vero e proprio ‘abominio sociale’, è stata la più esplicita di queste gravissime ‘spie’ di discriminazione materiale e morale, poiché la stabilità del matrimonio cristiano doveva rappresentare il ‘perno’ primario di ogni istituzione sociale e il luogo di riproduzione elettiva della fede e del culto. Una sessuofobia di tal genere è dovuta, principalmente, a una forma di gravissimo disagio culturale, che finisce col trascendere ogni rispetto per le leggi dello Stato, in quanto sintomo di insicurezza di fronte ai fenomeni di secolarizzazione dei costumi e degli stili di vita individuali. Ma attenzione: anche il Partito comunista italiano ha sempre imposto ai propri militanti un’etica sessuale molto severa. La riprovazione generale circondò sempre la convivenza tra Palmiro Togliatti e Nilde Jotti, la rottura del matrimonio tra Luigi Longo e Teresa Noce e la sofferta omosessualità di Pier Paolo Pasolini. Ciò, naturalmente, a causa della necessità di sottrarre argomenti a una propaganda che attribuiva al marxismo la teoria del ‘libero amore’ e nella convinzione che una sessualità non regolata fosse frutto di degenerazioni del sistema capitalistico. Sta di fatto, che l’accordo di fondo tra queste due soffocanti pedagogie, quella cattolica e quella comunista, ha finito con l’incidere profondamente sull’equilibrio psicologico e sul destino sociale di intere generazioni di italiani, specie nelle aree periferiche o marginali, dove più strette erano le usanze e più facile la sorveglianza sulle singole persone. Ciò ha finito col reprimere l’immaginario erotico degli italiani, arrestandolo a uno stadio puramente adolescenziale ribaltando, altresì, ogni metro di giudizio pedagogico nei confronti delle generazioni più giovani, come argutamente sottolineato e denunciato dallo scrittore Giovanni Arpino nel libro ‘L’amore in campagna’: “Proprio i ragazzi più sfrontati, più allegri, più intelligenti, che meno si preoccupano di violare tacite leggi, sono quelli condannati a restare nel ‘mucchio’ e a essere privati di una fortuna normale”.

 

 

 

 

(4 gennaio 2017)

 

 

 

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