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Il Cercopiteco di Gianfranco Maccaferri a Dakar per “Le Village des Arts”

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Dakar Le Village Des Arts 01di Gianfranco Maccaferri  twitter@gfm1803

 

 

 

Una metropoli, una capitale con tre milioni di abitanti, individui che del loro tempo libero poco o quasi dedicano alla cultura, all’arte, alla bellezza e all’estetica collettiva, mentre quella personale è curatissima.

Tre milioni d’individui indaffarati nel loro business, grande o ridicolo che sia; uomini, donne, giovani che s’impegnano a costruire un futuro migliore o perlomeno ci provano, tuttavia dalle loro speranze e desideri di vita le arti sono ovviamente escluse in quanto non producono ricchezza, non rappresentano uno status symbol, non creano invidia.

Tre milioni d’individui che vivono nel caos, nel traffico, nello smog, nello stress collettivo di una capitale politica, economica, di potere, di malaffare, di esasperata alienazione dal decoro urbano.

Una città senza storia, senza un nucleo storico, ma con l’aeroporto internazionale nel pieno centro; una città con l’autostrada che la penetra sino alla piazza più importate e così facendo divide il territorio in due, o si abita al di qua o al di la della superstrada; una città con tre milioni di individui che non la rispettano, che la usano come un esteso cassonetto della spazzatura, che la sommergono di mattoni e cemento senza pensare alle esigenze collettive, che la invadono a qualsiasi ora anche se non ha una metropolitana e neppure un treno di collegamento dalle periferie al suo centro… questa è Dakar.

Specifico che uso sempre la parola individui e non persone in quanto a Dakar ognuno ha l’atteggiamento e il comportamento di chi crede di essere un poco superiore all’altro, chiunque altro; definiamola una piccola dose di arroganza che traspare anche dalla gestualità, dai comportamenti di vita sociale, dal saluto, dall’ignorare chiunque non si conosca direttamente.

Dakar è una metropoli difficile da vivere: se si abita nella zona turistica/diplomatica si sopravvive frequentando locali molto occidentali e si ha una sensazione di decoro urbano accettabile, ma ovunque si guarda non si trovano segni architettonici del passato, semplicemente perché non esiste un passato.

Se ci si allontana solo di poche centinaia di metri dalla piazza centrale si hanno marciapiedi invasi dalla sabbia, dalla spazzatura e così si conosce il vero volto di una città dove coesistono migliaia di taxi, suv costosissimi, berline di lusso, carretti trainati da cavalli e individui che buttano per strada tutto, tanto qualcuno pulirà…

Una città che non ha neppure una via, un corso, un centro dove passeggiare: a Dakar non si esce per fare quattro passi, non esiste una via pedonale o con marciapiedi che permettono di camminare tranquilli o di incontrarsi; a Dakar si esce per andare in un locale predeterminato e quando si vuole cambiare contesto si cambia ristorante, bar, pub… ma non si passeggia. Pur essendo una città circondata dall’oceano non esiste un lungomare; cioè… esiste, ma sono strade tipo circonvallazione, senza marciapiedi.

A Dakar tutto è contrattabile e tutto deve essere contrattato, anche il costo del taxi: le auto giallo nere sono ovunque e prima di accomodarsi, dal finestrino si stabilisce il costo dello tragitto; una regola che si applica a chiunque: dal ricco manager allo studente, dalla donna carica di borse della spesa al diplomatico straniero.

A Dakar è la discrezione individuale che caratterizza i rapporti umani: quando si entra o si esce da un negozio o da un locale non si saluta e nessuno saluta, si chiede quello che serve e si paga. Non si augura il buongiorno, buonasera, buon lavoro, nessuno fa domande personali o private e nessuno si aspetta di riceverle.

A Dakar nessuno si fa fotografare per paura che gli si rubi qualcosa, che si sfrutti la sua immagine, che la si usi per fini sconosciuti e anche questo “costume” vale sia per l’artigiano, il commerciante, la donna vestita con colori affascinanti, sia per il ragazzino che cura i suoi montoni in un angolo di strada o in una spiaggia. Vietato fotografare le persone!

Se piacciono gli odori intensi e non si è schizzinosi negli aspetti igienico sanitari, i mercati sono il luogo più caotico e più affascinante che Dakar può offrire: sia quelli enormi e storici sia quelli di quartiere regalano uno spaccato sincero del vivere quotidiano autentico, reale; ovvio che se si vuole comprare anche solo tre mango o un pesce da cucinare o un cappellino… occorre dedicare del tempo per negoziarne il costo!

Per le sigarette no: con un euro si acquista il pacchetto di Malboro… Le altre marche costano meno.

Le spiagge sono belle ed è l’oceano che le tiene pulite, ma per raggiungerle spesso si attraversano spazi che assomigliano più a centri di raccolta rifiuti indifferenziati che ad anfratti selvatici o camminamenti turistici. Solo le spiagge private del Club Med o di pochissimi altri alberghi danno la sensazione di magico, di pulito, di incontaminato.

I pescatori con le loro piroghe colorate e decorate con simboli arcaici, vivono isolati dal resto della città che rimane sempre alle loro spalle; sono vecchi anche se hanno trent’anni e il loro pesce viene venduto subito o portato ai mercati, dopo di che questi individui si dedicano alle loro reti da pesca, al loro quotidiano, mentre i figli giocano liberi sulla spiaggia, ma già sanno che non devono essere fotografati.

Anche i montoni sono sulla spiaggia, come sui marciapiedi, nei mercati, nei cortili… bestie fuori contesto, spaesate e abbruttite dalla mancanza della natura che le nutre.

Questa è Dakar, questa è la città i cui abitanti sono sempre troppo presi/persi nel loro difficile quotidiano, individui che purtroppo non conoscono la ricchezza artistica-intellettuale che hanno, una ricchezza enorme che vive assieme a loro dentro la città, questo tesoro si chiama “Le village des arts”: quattro ettari del terreno di questa bidonville di cemento e mattoni, di questa metropoli ancora oggi sprovvista di piano regolatore, quattro ettari lungo la strada che porta all’aeroporto sono dedicati all’arte e agli artisti. Un villaggio con 53 atélier, una fonderia per gli scultori, una galleria espositiva di 300 mq, una biblioteca, una caffetteria, ma anche residenze/laboratori per artisti stranieri che desiderano lavorare nel paese per un periodo massimo di tre mesi… Tutto questo è il “Village des Arts” a Dakar: capitale, metropoli, medina, centro del potere del Senegal e non solo, che ha investito in risorse finanziarie, umane, professionali per diventare il punto di riferimento artistico e culturale di una vastissima area geografica di paesi africani dove i giovani artisti non hanno spazio, confronto, opportunità. “Le Village des Arts” che offre spazio per lavorare, sperimentare, proporre, essere visti, conosciuti… una vetrina internazionale che può essere solo invidiata e copiata.

 

Dakar Le Village Des Arts 00

Era il 1998 quando il governo decise di dedicare uno spazio alle arti contemporanee, quasi una valvola di sfogo dopo la lunga stagione dominata dal pensiero di Léopold Sédar Senghor che pretendeva che la negritudine fosse al centro delle espressioni artistiche contemporanee; Senghor è stato il presidente-poeta-visionario, l’intellettuale che ha valorizzato la cultura senegalese e non solo, che ha sostenuto la creazione di un’arte contemporanea africana, una figura quindi imprescindibile della cultura e dell’arte di tutta l’Africa. Un uomo che ha investito molto nello sviluppo dei giovani artisti, nell’arte che cresce dalle fondamenta culturali di un popolo, legata a un’identità fedele all’ambiente culturale e alle tradizioni locali, ma che diventò nell’arco di venti/trent’anni un’espressione artistica sempre più ripetitiva e sempre più sterile, cadendo spesso nel decorativismo. Gli artisti erano infatti valutati e sostenuti in base alla loro aderenza ai principi del presidente e della négritude, difficilmente in base alla loro originalità o alla qualità delle loro opere.

 

Ecco, finito il momento culturale del grande intellettuale – politico – poeta Léopold Sédar Senghor, lo stato senegalese costruisce il “Village des arts”: un luogo libero, aperto al confronto, alle discussioni, alle critiche, alle contaminazioni. Ognuno dei 53 atelier è costituito da un grande locale, provvisto di elettricità ed acqua, al quale si accede dal giardino antistante e dalla grande galleria espositiva, un vero e proprio villaggio delle arti aperto al pubblico, ai critici, ai galleristi, ai collezionisti, ai curatori di musei, agli architetti, a uomini di cultura, a diplomatici, a studenti, a giornalisti, a politici. Un villaggio unico, un esperimento culturale riuscito, vivo, fecondo, una esperienza artistica-culturale che tutte le città dovrebbero imitare!

Nel villaggio si può passeggiare, entrare negli atelier, chiacchierare con gli artisti, vederli lavorare, si possono guardare le mostre presentate nello spazio, si possono capire le strade intraprese dall’arte in quella parte di mondo. Gli artisti ospitati sono donne, uomini, giovani, meno giovani, artisti emergenti, altri con un percorso consolidato, individui che usano pennelli, matite, vetro, computer (meglio dire ordinateur) metalli, legno, filo, materiale fotosensibile, all’interno di un laboratorio dinamico e fertile.

 

È stato Idrissa Diallo, il responsabile del centro, che cortesemente mi ha introdotto in ogni anfratto del “Village des Arts” spiegandomi la storia di ogni artista, il perché è stato scelto, le aspettative riposte e le prossime esposizioni internazionali di ognuno di loro. Chiacchierando con i pittori, fotografi e scultori ho percepito la serenità e la sicurezza che quel villaggio offre loro: essendo un concentrato di differenti esperienze artistiche, funge da calamita per tutti gli addetti ai lavori e soprattutto per collezionisti ma anche visitatori occasionali che facilmente si innamorano di un’opera e iniziano a contrattarne il prezzo. Se ognuno di questi artisti fosse sparso con il suo atelier nel territorio della città, non avrebbe certo le stesse opportunità, oltre ad avere dei costi di gestione spesso impossibili che invece qui sono annullati. Così “Le Village des Arts” è certamente una grande opportunità per il giovane emergente, ma trovandoci artisti affermati e conosciuti internazionalmente, significa che anche per questi non più giovani il raggruppamento degli atelier ha un valore che è oltre il semplice spazio fisico usufruito gratuitamente. E’ ovvio che questo pregiudica la crescita di gallerie d’arte private dedicate ad artisti del luogo, infatti a Dakar praticamente non ne esistono se si esclude la prestigiosa e storica Galerie Antenna, in quanto i collezionisti o anche gli acquirenti occasionali hanno l’opportunità di rivolgersi facilmente e direttamente all’artista stesso andando nel suo atelier al villaggio.

 

Altro valore aggiunto e elemento determinante dell’organizzazione che sovrintende il “Village des Art” è la capacità di proporre collettive a livello internazionale, i rapporti con musei e gallerie pubbliche, manifestazioni culturali in ogni parte del mondo, tutte situazioni difficilmente raggiungibili dal singolo artista di Dakar, soprattutto se giovane e di umile estrazione sociale. Per questo è invidiabile la realtà artistica di Dakar, semplicemente perché permette ad un giovane artista di essere sostenuto nel suo creare, proposto e divulgato sia in Africa che negli altri continenti. Una realtà dai costi non eccessivi, ma dal grande potere culturale e di crescita artistica e potenziale allettante proposta per il giovane artista italiano che vuole fare una esperienza davvero diversa e interessantissima: presentare il proprio curriculum, le opere, le esperienze espositive, le recensioni avute, al comitato di gestione del “Le Villages des Arts” per essere ospitato per tre mesi avendo a disposizione un atelier e uno spazio espositivo, oltre ovviamente ad acquisire conoscenze e opportunità uniche.

 

Dakar, la città con tre milioni di individui, troppo spesso ignora l’esistenza di questi quattro ettari di terreno dedicati ai suoi artisti, al punto che anche i taxisti non sanno dove si trova e allora bisogna spiegare che è vicino allo stadio sulla strada dell’aeroporto, ma l’importante è che continui ad essere propulsore di una cultura che merita molto, davvero molto più di quanto i tre milioni di individui sanno dedicarle.

 

Il 3 maggio è stata inaugurata “DAK’ART 2016, biennale de l’art africain contemporain” un appuntamento fondamentale per tutta l’arte e la cultura del continente africano, un riferimento unico nel quale si potranno vedere le produzioni artistiche contemporanee dei diversi paesi del continente. Spazi espositivi assolutamente unici, atmosfere da grande appuntamento internazionale… ecco, Dakar sa essere anche questo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(7 maggio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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