di Paolo M. Minciotti
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Ne fa pure un vanto, ma siamo in Zimbabwe, nel regno dell’orrendo Mugabe. E c’è poco da stupirsi. A parlare non sulla delicata questione del rispetto delle persone omosessuali e della loro non-discriminazione, ma sul fatto che non verranno “perseguitati” [sic] è Morgan Tsvangirai, già primo ministro dal 2008 al 2013, che dovrebbe battersi contro Mugabe alle prossime elezioni.
Tsvangirai ha dichiarato di non volere “perseguitare i gay”. “Sono cosciente” ha detto “che nel nostro paese i gay sono perseguiti. Non sono gay e non sono a favore dei gay. Sono a favore della Costituzione che lascia alle persone libertà nel loro orientamento sessuale. E non capisco perché quella garanzia debba essere violata”. La Costituzione dello Zimbabwe del 2013 proibisce espressamente i matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma garantisce le libertà civile e i diritti umani. E’ certo però che in Zimbabwe non è la Costituzione a dettare l’agenda dei diritti, ma il vecchio Mugabe che governa il paese con il pugno di ferro da 36 anni, che lo ha affamato, trasformato in un laboratorio d’odio contro le persone gay e lesbiche che ha tacciato di “cani” (il suo omologo del Gambia invece li definisce “vermi” che in Africa l’inclusione è una cosa seria), che ha promesso nel 2013 di trasformare lo Zimbabwe “in un inferno per gay e lesbiche”, e che è ben lungi da volere abbandonare il potere.
Morgan Tsvangirai dovrà fare i conti con lui e con i pregiudizi della popolazione locale prima di blaterare su cosa farà per migliorare la vita delle persone omosessuali dello Zimbabwe.
(4 maggio 2016)
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