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HomeGiustappunto!"Giustappunto!" di Vittorio Lussana: Scrivo frasi troppo lunghe?

“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: Scrivo frasi troppo lunghe?

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Vittorio Lussana 02di Vittorio Lussana     twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

Dopo i fatti milanesi di questi ultimi giorni, non si può non sottolineare come la Lega Nord sia ormai divenuto un Partito come gli altri, lontano anni luce dal ‘savonarolismo’ dei primi anni ’90 del secolo scorso. La Lega, grazie alla propria carica identitaria, che sapeva tanto di campanacci di mucche al pascolo e di galline svolazzanti per l’aia terrorizzate dal ‘suv’ del figlio del piccolo proprietario terriero di provincia, intendeva rappresentare una precisa genuinità tradizionalista, mescolata a una cultura post contadina non malvagia, in verità, ma piuttosto ‘crapulona’. Nell’analisi dei diversi processi di secolarizzazione della società italiana, il fenomeno leghista avrebbe anche potuto rappresentare un elemento dinamico: un improvviso ‘distacco’ dalle vecchie logiche cattolico-conservatrici degli italiani del Nord, in particolar modo dell’ormai defunto ‘Veneto bianco’. La secolarizzazione leghista, se fosse avvenuta, poteva rappresentare un elemento di valorizzazione reale delle identità locali dell’Alta italia, trasformando questo movimento in una vera ‘testa di ponte’ per la diffusione di una visione laica maggiormente ‘pragmatica’, più concreta e moralmente onesta della politica. Invece, nel corso degli anni i suoi principali leader e rappresentanti hanno mantenuto un atteggiamento di ‘arroccamento difensivo’, che ha bloccato ogni processo di cambiamento reale del Paese: un errore politico grave, indirizzato unicamente al mantenimento del consenso radicatosi sul territorio attraverso le consuete pratiche ‘clientelari’. E’ tutta lì, la politica che i leghisti sanno fare. Nulla di nuovo sotto il sole: punto, fine. Inutile soffermarci su come, in passato, si sia cercato di sensibilizzare alcuni esponenti ‘leghisti’ affinché ascoltassero – o quantomeno leggessero – determinati ‘consigli’, per quanto non richiesti. Niente da fare: evidentemente, scrivo frasi troppo lunghe, secondo il popolo ‘padano’. Ma la Lega Nord non è l’unica forza che ha commesso errori, in questi ultimi anni: anche l’esperimento del Partito democratico si sta rivelando un tentativo di ‘imborghesimento’ della sinistra italiana, che rischia di allinearsi a tutti gli altri conservatorismi, di svariata e discutibile natura, presenti nell’attuale scenario politico. Come dimostrato dalla recentissima vicenda delle ‘Unioni civili’, i pochi ‘scampoli’ di ‘riformismo dem’ si individuano soltanto in qualche esponente: nulla di più. Del riformismo vero e proprio, in verità, nessuno ne capisce granché. Anche in questo caso, si è cercato, sin dall’inizio, di consigliare e suggerire numerosi esponenti e amici a non ‘mescolare’ le ‘carte’ con la difficile questioni delle adozioni, che da tempo immemore merita un’ampia riforma ‘organica’, col rischio di impegnare il Governo su un disegno di legge ‘massimalista’, facilmente strumentalizzabile sino al punto da innescare ‘imboscate’ parlamentari. Il riformismo socialdemocratico è soprattutto ‘gradualismo’: si raggiunge un obiettivo per volta e si eliminano nemici e avversari uno alla volta. Niente da fare: anche questa volta, sulle Unioni civili sono state tutte ‘canne al vento’, con in più il risultato finale di un esecutivo che ha dato l’impressione di essersela ‘fatta nelle mutande’. Tutto ciò rischia di indirizzare il sistema politico italiano verso l’ennesima crisi strutturale: anziché ‘scopiazzare’ la politica ‘percettiva’ delle destre ‘berlusconiane’, si poteva e doveva puntare su precisi processi di rielaborazione e aggiornamento dottrinario dotati di basi culturali certe e approfondite, in grado di frenare ogni deriva sistemica verso la latitanza politica innestando sul vecchio ‘tronco’ delle distinte tradizioni elementi più innovativi e dinamici. In buona sostanza, si è commesso l’errore di ridurre ogni passaggio politico a uno scontro di potere, senza effettiva progettualità, né un minimo di lungimiranza: più che una corrente ‘catto-dem’, nel Partito democratico ha preso il sopravvento una generazione di ‘katto-coglions’. Inutile aggiungere quanto ciò stia costando ad almeno due intere generazioni di giovani, illusi da un rinnovamento che continua a concretizzarsi in quanto mero declino degenerativo, lento ma inesorabile, della vivibilità sociale, lavorativa e professionale della comunità. Tanto per fare un altro esempio: nessun provvedimento di riforma delle nostre istituzioni accademiche, formative e professionali ha sortito gli effetti sperati. Tutto procede tra improvvisazioni e prese di posizione di ordine ideologico o, peggio ancora, di pura immagine. Un ministro della Pubblica istruzione che non comprende di dover rovistare all’interno del proprio settore di competenza, per cambiare completamente la mentalità di ambienti e burocrazie accademiche e tornare a stimolare l’innovazione, le idee e i talenti migliori tra i nostri ricercatori, è rivelatore di un sistema di selezione accademica ormai divenuto poco credibile, poiché tendente a mettere in circolazione solamente laureati col ‘minestrone in testa’. Come al solito, nel nostro Paese mutano le ‘forme’, ma non si affronta mai la sostanza dei problemi, che si accumulano e si cronicizzano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(18 febbraio 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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