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“Ciò che mi rende furiosa” di Gisella Calabrese: Omicidio di Ancona, una generazione di falliti?

Gisella Calabrese 03di Gisella Calabrese  twitter@giscal77

 

 

 

 

 

Amici cari, dopo una lunga assenza torno da voi con la gioia del figliol prodigo, pronta ad essere irriverente e sarcastica come voi ben sapete. Ma non oggi, poiché l’argomento impone serietà e riflessione.

 

Certi giorni non vorrei accendere la tv, soprattutto per non guardare il telegiornale. Un bollettino di guerra continuo, che sembra non arrestarsi mai. Mentre siamo intenti a gustare il pranzo (almeno per chi ha la fortuna di non essere a dieta) ecco che giungono notizie che non vorremmo mai sentire e il boccone resta a mezz’aria, pensando “un’altra tragedia assurda”.

 

I nuovi Erika e Omar; il delitto di Novi Ligure si ripete; quasi tutti gli organi di stampa paragonano la triste vicenda di Ancona a quella piemontese di alcuni anni fa. Due ragazzini che credono di essere innamorati, due genitori “invadenti” che vorrebbero far rispettare delle regole, un bagno di sangue e due vite spezzate, anche se in realtà saranno in molti a restare traumatizzati da questa vicenda.

 

In effetti il modus operandi è quasi identico, se non fosse che il ragazzino in questione è maggiorenne e figlio di un collaboratore di giustizia siciliano che si trova ad Ancona per il programma di protezione previsto dallo Stato. Lei, la ragazzina sedicenne figlia dei due genitori barbaramente uccisi a colpi di pistola, ora viene accusata dal fidanzato che solo poche ore fa ha ucciso due persone per l’amore folle che provava per lei (e di follia vera si tratta).

 

Dal canto suo, con le mani metaforicamente ancora sporche di sangue, lui afferma di non essere andato a casa dei “suoceri” con l’intento di ucciderli. Peccato solo che si sia presentato da loro con una pistola dalla matricola abrasa e ben tre caricatori. Insomma, per una chiacchierata “tra amici” sembra un tantino eccessivo portarsi dietro oltre 80 proiettili. Ad incastrarlo anche un bigliettino trovato in casa sua, in cui pare vi sia scritto che aveva proprio intenzione di farli fuori.

 

Risultato: una madre morta sul colpo, un padre in coma irreversibile, un diciottenne che vivrà in carcere per lungo tempo e una ragazzina che, nella migliore delle ipotesi, finirà in un riformatorio per poi finire a giocare a pallavolo nel cortile, come Erika De Nardo, nella comunità di Don Mazzi.

 

Il punto su cui si stanno focalizzando tutti è: chi ha plagiato chi in questa storia? Di chi è stata l’idea? Chi ha pianificato tutto? E’ stata la figlia insoddisfatta o il fidanzato geloso? Per come la vedo io, amici miei, poco importa da chi sia partito il piano folle, malsano e inconcepibile di ammazzare due genitori. Il punto è un altro. Il fallimento di una generazione che non è capace di accettare un rifiuto, una sconfitta, che vuole tutto e subito, senza fatica, senza guadagnarselo, senza onore.

 

Un fallimento che probabilmente è determinato dal troppo benessere, dalla disattenzione di genitori eccessivamente impegnati su se stessi o sul proprio lavoro e perciò distratti al punto tale da non accorgersi del malessere dei figli, dei loro turbamenti, delle insicurezze che li scavano dentro, diventando mostri spaventosi da eliminare nel modo peggiore.

 

Un fallimento che parte da lontano, dalla generazione precedente che invece è nata sotto il segno della privazione e della fatica e che crede, accecata dall’amore, che voler bene ai propri figli significhi accontentarli sempre in tutto e difenderli ad ogni costo, anche quando commettono le cose peggiori, anche quando ammazzano o coprono qualcuno che ha fatto qualcosa di tremendo. Come non ricordare il ragazzino napoletano 14enne seviziato con un tubo compressore? “Era solo uno scherzo”, hanno ripetuto fino alla nausea i genitori dei bulli. Appunto, i genitori.

 

Troppe storie di cronaca italiana in questi mesi ci hanno restituito l’immagine di una giovane generazione superficiale, ipocrita, insensibile che mente, bullizza, sevizia o uccide senza rimorso, senza forse nemmeno la consapevolezza dei propri gesti.

 

No, non voglio generalizzare, non tutti i ragazzi sono esseri così abbietti, ovviamente, ma far finta che queste cose accadano poche volte o che non ci riguardino o che siano molto lontane da noi non risolve il problema, ma anzi, lo acuisce, alimentando quella sensazione di insoddisfazione che spinge un giovane essere umano ad un gesto così vile e deprecabile come l’omicidio. E se procurarsi un arma in Italia non è poi così difficile, allora qualche domanda in più dobbiamo porcela, signori miei, con onestà.

 

 

Cordialmente vostra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(10 novembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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