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Il Manganello de La Karl du Pigné, Lili Brunet

lili brunet smalldi La Karl du Pigné  twitter@lakarldupigne

Lili era bella. Bella nel senso letterale del termine. Un viso pulito, senza i segni di una elettrocoagulazione che talvolta vedi sui volti di altre transessuali e che ti fanno immaginare che la persona che hai davanti abbia dovuto fare interminabili e spesso dolorose sedute per togliere quella intollerabile marcatura maschile. Era alta, Lili, ma nemmeno quella sua imponenza ti poteva far balenare nella mente che quella statuaria donna che avevi di fronte poteva essere stata una volta un uomo. Non lo avresti potuto capire dalla sua voce, modulata e armoniosa, dalla sua risata schietta, nemmeno dalle sue mani dalle dita lunghe e affusolate. Quando la incontravo sfoderava il suo sorriso perfetto e mi salutava sempre con quel suo “Ciao Kaaal!” e poi incominciavamo a montare il suo spettacolo sudamericano con un misto di Brasile, Colombia, Argentina che piaceva così tanto a tutti. Era bella, Lili, da togliere il fiato agli uomini che la incontravano e da montare invidia nelle donne che incrociava. Era in Italia da tempo e proprio qui, dove aveva deciso di stabilirsi, aveva avviato tutte le pratiche che avrebbero portato alla tecnicissima “Riassegnazione Chirurgica del Sesso”, per lei e per tante altre molto più di un semplice tecnicismo. Lili probabilmente ha sofferto meno delle altre sue compagne di viaggio verso quel desiderio avuto da sempre, perché era naturalmente bella, meno riconoscibile come transessuale di altre. Ciò non toglie che vivesse quell’avversione che arriva dal pregiudizio che le persone transessuali e le transgender vivono ogni giorno sulla propria pelle. Lo stesso pregiudizio che si manifesta spesso con atti di discriminazione e che altrettanto spesso si palesa in aggressioni fisiche e verbali e che talvolta, troppo spesso, conduce fino alla cruda violenza e alla morte. Lili ha sicuramente vissuto come tante altre queste esperienze: quando, appena arrivata in Italia, ha dovuto trovarsi un alloggio e priva di documenti, ha dovuto scendere a compromessi trovando il solito alloggio condiviso con altre transessuali, a prezzi altissimi e fuori mercato. Perché se sei una transessuale batti, e se batti fai i soldi, e quindi se vuoi che io chiuda un occhio e ti affitti il mio appartameno me lo devi pagare, e molto. E questo è solo il principio di una serie di difficoltà, di vessazioni alle quali ti devi sottoporre prima di trovare una via per arrivare ad avere documenti regolari, il permesso di soggiorno, la residenza e finalmente accesso al servizio sanitario nazionale.

Lili è morta, ma non per le devastazioni di qualche criminale violento in fondo a una strada buia, oppure in una vagone abbandonato in una stazione ferroviaria. Non è nemmeno morta corrotta dalla droga e da una vita di stenti, ancor di meno perché sfruttata da qualche pappone senza scrupoli o dal altre ingrate compagne di viaggio che tanto compagne e amiche in verità non lo sono state, non lo sono e non saranno mai, perse nei propri interessi personali e nella cattiveria e nella crudeltà che è montata in loro, travasata da anni di cattiveria e crudeltà nei loro confronti.

Lili è morta per una serie di errori. Il primo è stato quello di non aver saputo aspettare. Facile a dirsi, molto meno a farsi. Lili aspettava la chiamata per la sua operazione di rettifica, che di mese in mese veniva prima annullata, poi spostata, poi di nuovo rimandata, poi ancora una volta sospesa. Lili viveva la stessa condizione di chi deve fare una risonanza magnetica urgente e poi scopre che il primo appuntamento possibile sarà fra un anno. E poi fra 14 mesi, e poi non si sa quando. Lei non ha voluto aspettare. Troppo tempo, troppi sacrifici, troppi compromessi per raggiungere il suo obbiettivo, quella assoluta e improrogabile sensazione di liberazione e di libertà quasi raggiunta, faticosamente, a due passi e poi, improvvisamente di nuovo lontana chilometri. Ha preso un volo per il Sudamerica, è arrivata in una di quelle cliniche dove ti operano a pagamento. Qui il secondo errore: forse la fretta le è stata cattiva consigliera, quella clinica inserita in una nota black list delle cliniche da evitare, troppo economico il prezzo, troppo poche le garanzie di una struttura sanitaria che non garantisce praticamente nulla, soprattutto in caso di problemi durante l’operazione e nel decorso post operatorio. Da sola è partita e da sola è morta, in un lontano letto di ospedale, un bellissimo corpo freddo non ultimato, secondo il suo più forte desiderio. Ho il mio ultimo ricordo con lei, un servizio fotografico fatto qualche anno fa con l’amico e fotografo Matteo Basilè; uno scatto quasi glamour che rappresenta a pieno la prorompente vitalità di Lili. Il suo sguardo è altero e mi piace ricordarla così, quasi imbronciata e arrabbiata, la sua femminilità esposta, e nelle orecchie il suono della sua risata e la sua voce che mi dice: “Ciao Kaaal!”

Il 20 novembre, ogni anno, si celebra il TDOR (Transgeneder Day Of Remembrance), che commemora le vittime transessuali di tutto il mondo. Odio e pregiudizio, quindi, ai quali personalmente aggiungerei anche disattenzione e poco interesse. Questo 20 novembre accenderò una candela in ricordo di Lili che è morta e non avrebbe dovuto. E vorrei con questo piccolo gesto abbracciare tutte le sorelle e i fratelli transessuali che volte la comunità lgbtqi, in quella t del nostro acronimo, spesso dimentica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(16 novembre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

©la karl du pigné 2014
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