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Calci e pugni e mani sul collo dell’alunno che ritiene gay: maschio alfa adatto all’insegnamento

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Maschio Alfadi Daniele Santi

Succede in Umbria. L’articolo del quotidiano Il Giornale dell’Umbria non fa nomi né cognomi, ma racconta i fatti nei particolari.

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(…) il professore, passeggiando per l’aula, avrebbe detto: «Essere gay è una brutta malattia». Guardando fisso lo studente. Siccome questo non ha sentito, il professore avrebbe ripetuto la frase, chiamando lo studente per nome e cognome. Il ragazzo  guarda il docente,  chiedendogli se si riferica a lui. E il professore: «Certo che dico a te, è brutto essere gay. Tu ne sai qualcosa». E il ragazzo  risponde: «Sicuramente, da quando conosco lei».
La risposta fulminante produce la reazione del docente, che sferra due calci alle gambe allo studente, poi lo colpisce con due pugni alla spalla e lo prende per il collo, stringendo con forza. Tanto che il compagno di banco interviene in aiuto dell’amico: «Professore lo lasci, non vede che lo sta strozzando?». Al che, il docente lascia la presa e dice allo studente: «Non ti permettere mai più di prendermi in giro».

E’ un docente di quelli ritenuti “idonei” all’insegnamento da quei bacchettoni vergognosi che stanno seduti a dirigere il traffico scolastico e che giudicano un professore, magari dai modi troppo gentili, senza sapere nulla della sua vita privata, come se quello che conta non fosse la qualità dell’insegnamento e dell’essere umano; insomma un “professore di regime”, di quelli che non cantano fuori dal coro, che piacciono alle istituzioni ed alla chiesa. Un uomo tutto d’un pezzo, direbbero quelli seri. Una vergogna nazionale che andrebbe sbattuto in galera senza nemmeno pensarci, diciamo noi. E radiato dall’insegnamento a vita. Qualora i fatti fossero confermati. Prosegue la cronaca:

Suona la campanella e lo studente viene avvicinato da una compagna nel corridoio (evidentemente la voce si è già sparsa per l’istituto), che gli chiede: «Ti sei arrabbiato per il rimprovero?». E lui: «Quale rimprovero, mi ha picchiato». Alle loro spalle, però, c’è la coordinatrice di classe, che sente tutto e vuole chiarire. Il ragazzo non vuole parlare subito e non dice nulla alla professoressa. E anche quando torna a casa non vorrebbe dire nulla, se non fosse che zoppica vistosamente e i genitori si preoccupano. Alla fine il ragazzo racconta, tra lacrime di dolore e di rabbia, il fatto a mamma e papà e viene portato in ospedale. Dove gli riscontrano un grosso ematoma alla coscia (giudicato guaribile in cinque giorni).
Dopo le cure in ospedale i genitori vanno alla polizia (essendo minore è già scattata la segnalazione dal nosocomio) e denunciano i fatti. In commissariato arriva anche il preside dell’istituto, che informato della vicenda chiede di poter indagare prima di prendere qualsiasi provvedimento.
Come misura di cautela, nel frattempo, intende spostare il ragazzo di sezione inserendolo in un turno nel quale non può incontrare il professore. I genitori si sono affidati ad un legale ed hanno proceduto a depositare una querela, riservandosi ogni azione a tutela del figlio.

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