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Philip Glass annulla il suo “Lincoln”: quando il silenzio diventa una presa di posizione

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di Fabio Galli
Ci sono gesti che fanno rumore proprio perché non urlano. Decisioni che non cercano l’applauso immediato, non si offrono come slogan, non si travestono da performance morale. Il ritiro della Sinfonia n. 15 “Lincoln” di Philip Glass dal cartellone del Kennedy Center – l’opera è stata ritirata dallo stesso Philip Glass che ha dichiarato ufficialmente che “i valori attuali della leadership del Kennedy Center sono in “diretto conflitto” con il messaggio dell’opera” – appartiene a questa categoria rara e sempre più sospetta: quella delle scelte coerenti. Coerenti fino a risultare scomode. Coerenti al punto da incrinare l’idea rassicurante che l’arte possa esistere in una zona franca, al riparo dalla politica, dalle istituzioni, dalle responsabilità simboliche.

Glass non è un compositore ingenuo, né un artista incline ai colpi di teatro. La sua intera opera è costruita su una forma di ostinazione meditativa, su una ripetizione che non anestetizza ma scava, che torna sugli stessi materiali per mostrarne le crepe, le differenze minime, le tensioni interne. È un pensiero musicale che ha sempre avuto a che fare con il tempo, con la memoria, con la durata come forma di resistenza. Per questo il suo gesto non sorprende davvero, se lo si guarda con attenzione. Ritirare una sinfonia dedicata ad Abraham Lincoln perché l’istituzione che dovrebbe ospitarla è, a suo giudizio, in conflitto diretto con i valori che quell’opera incarna non è un atto di censura, né una posa ideologica: è la prosecuzione coerente di un pensiero artistico che rifiuta la dissociazione.

Il punto cruciale è proprio questo: il rifiuto della neutralità. L’idea che un’opera possa essere separata dal contesto in cui viene eseguita è una delle più persistenti finzioni del mondo culturale occidentale. Una finzione utile, certo, perché consente alle istituzioni di presentarsi come contenitori puri, spazi asettici in cui tutto può essere accolto senza attrito. Ma è una finzione che crolla non appena si guarda alla storia concreta dei luoghi, dei finanziamenti, delle governance, delle scelte politiche che determinano cosa viene mostrato e cosa viene escluso. Glass, con un gesto apparentemente minimale, ricorda che i luoghi parlano, e che a volte parlano più forte delle opere che ospitano.

Dedicare una sinfonia a Lincoln non è un atto neutro. Lincoln è una figura che l’immaginario americano – e non solo – continua a usare come fondamento morale, come simbolo di unità, di emancipazione, di sacrificio etico. Ma proprio perché è un simbolo così potente, è anche continuamente esposto alla retorica, alla strumentalizzazione, allo svuotamento. Intitolare qualcosa a Lincoln non significa automaticamente abitarne i valori. Anzi, spesso accade il contrario: il nome diventa una copertura, una patina di rispettabilità sotto la quale si consumano scelte che con quell’eredità hanno poco o nulla a che fare. Glass sembra dire che non è disposto a partecipare a questa operazione cosmetica.

C’è, in questo gesto, una consapevolezza profonda del potere simbolico dell’arte. L’esecuzione di una sinfonia non è mai solo un fatto musicale. È un evento pubblico, un atto che produce senso, che legittima uno spazio, che contribuisce a definire l’immagine di un’istituzione. Consentire che “Lincoln” risuoni sotto una direzione che l’autore percepisce come contraria al messaggio dell’opera significherebbe accettare una contraddizione non dichiarata, una frattura silenziosa tra contenuto e cornice. Ritirarla significa, al contrario, rendere visibile quella frattura. Costringere tutti a guardarla.

Naturalmente, come sempre accade in questi casi, non mancano le reazioni indignate. L’arte, si dice, dovrebbe restare al di sopra della politica. Dovrebbe unire, non dividere. Dovrebbe parlare a tutti, indipendentemente dalle contingenze storiche. Ma questa invocazione della purezza artistica suona sempre più come una richiesta di obbedienza. È un modo elegante per dire agli artisti: fate il vostro lavoro, lasciate ad altri il potere di decidere il contesto, le regole, i valori. Come se il contesto fosse un dettaglio secondario, una cornice intercambiabile. Come se l’arte non fosse, da sempre, uno dei luoghi privilegiati in cui le società elaborano – o rimuovono – i propri conflitti.

In realtà, l’arte è politica anche quando finge di non esserlo. Lo è nel momento in cui accetta finanziamenti, quando sceglie un’istituzione invece di un’altra, quando decide di tacere su ciò che la circonda. La neutralità non è un punto di vista innocente: è spesso il punto di vista di chi può permettersi di non prendere posizione perché il sistema, così com’è, lo favorisce. Glass, che non ha nulla da dimostrare in termini di carriera, prestigio o visibilità, si assume il lusso – e il rischio – di dire che no, non tutto è intercambiabile, non tutti i palcoscenici sono uguali.

Il fatto che la sua decisione si inserisca in una serie di ritiri analoghi da parte di altri artisti rende la questione ancora più significativa. Non siamo di fronte al capriccio di un singolo, ma a un sintomo. Qualcosa si è incrinato nel rapporto tra una delle più importanti istituzioni culturali americane e una parte del mondo artistico. E quando gli artisti cominciano a ritirarsi, a sottrarsi, a dire “non in queste condizioni”, il problema non è la loro presunta politicizzazione, ma la perdita di fiducia nel ruolo dell’istituzione come spazio di mediazione culturale.

C’è anche un aspetto che merita di essere sottolineato: la forma del gesto. Glass non chiede boicottaggi, non lancia campagne, non cerca alleati rumorosi. Non trasforma la sua scelta in uno spettacolo parallelo. Si limita a dichiarare che, nelle condizioni attuali, non può permettere l’esecuzione della sua opera. È un atto di responsabilità individuale, non una crociata. Ed è proprio questa sobrietà a renderlo difficile da liquidare. Non c’è nulla di facilmente attaccabile, nessuna frase eccessiva, nessuna posa messianica. Solo una linea tracciata con chiarezza.

In un tempo in cui l’indignazione è spesso una merce, consumata e dimenticata nel giro di pochi giorni, questo tipo di gesto ha un peso specifico diverso. Non cerca di convincere, non pretende di avere ragione per tutti. Dice semplicemente: io, qui, così, non ci sto. È una frase che risuona con forza proprio perché non pretende di diventare universale. E forse è questo che inquieta di più: la possibilità che altri, guardando a questo esempio, si pongano la stessa domanda. Non “sono d’accordo?”, ma “io cosa farei al suo posto?”.

Alla fine, il ritiro di “Lincoln” dal Kennedy Center non riguarda solo Philip Glass, né solo quella sinfonia. Riguarda il modo in cui concepiamo il ruolo dell’arte nelle democrazie contemporanee. È un ornamento? Un intrattenimento di lusso? Un linguaggio che può essere usato indifferentemente da chiunque, per qualunque scopo? Oppure è ancora, come molti continuano a sperare, uno spazio in cui i valori non sono semplici etichette, ma questioni vive, che chiedono coerenza?

Forse la vera domanda non è se l’arte debba o meno entrare in conflitto con la politica. La politica è già lì, nei consigli di amministrazione, nelle scelte di programmazione, nelle alleanze istituzionali. La domanda è se gli artisti debbano fingere di non vederla, o se abbiano il diritto – e talvolta il dovere – di chiamarla per nome. Philip Glass ha scelto la seconda strada. Senza clamore, senza enfasi. Con quella calma ostinata che, come nella sua musica, non cerca l’effetto immediato, ma lascia una traccia lunga. E difficile da cancellare.

 

 

(29 gennaio 2026)

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