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Dopo il taglio dei parlamentari, un’altra mandata alla porta della Democrazia

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Testo:


di Massimo Mastruzzo*
Massimo Mastruzzo

Prima hanno ridotto il numero dei parlamentari. Adesso rendono molto più difficile, per chi è fuori dal Parlamento, persino arrivare sulla scheda elettorale. Il Senato ha approvato una modifica della legge elettorale che porta da 1.500 a 6.000 le firme minime per collegio plurinominale richieste alle nuove formazioni politiche, con un massimo di 7.000. Contemporaneamente l’obbligo di presentazione viene esteso da un terzo alla metà delle circoscrizioni. Non è più un’ipotesi circolata nei corridoi parlamentari: la modifica è stata approvata dall’Aula del Senato.

Seimila firme possono sembrare un numero affrontabile. Il problema sono le parole che vengono dopo: per collegio.
E i collegi sono molti.

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Con la geografia elettorale presa a riferimento nelle ricostruzioni di questi giorni, per la sola Camera una nuova forza che volesse presentarsi dappertutto arriverebbe a centinaia di migliaia di sottoscrizioni. Il numero esatto futuro dipenderà anche dal ridisegno dei collegi previsto dalla riforma e per questo non ha senso spacciare oggi una stima per una cifra definitiva. Ma il principio è già chiarissimo: 6.000 firme moltiplicate per decine di collegi non sono più 6.000 firme.
E soprattutto non tutti devono raccoglierne lo stesso numero.
Per le nuove formazioni esterne al Parlamento la soglia minima diventa 6.000. Per le forze che dispongono di una componente parlamentare qualificata rimane invece il regime di 1.500-2.000 firme per collegio; altre formazioni che possiedono i requisiti previsti continuano a beneficiare dell’esenzione.

Tradotto in italiano corrente: chi è completamente fuori dal Parlamento può essere chiamato a raccogliere quattro volte le firme richieste a chi nel Parlamento possiede già una presenza qualificata. La maggioranza sostiene che la stretta serva a impedire la proliferazione delle cosiddette liste civetta. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, ha spiegato che l’obiettivo è evitare liste individuali, finte o di disturbo e ha sostenuto che il numero delle firme rimarrebbe entro i parametri europei. Antonio Tajani ha difeso lo stesso principio: chi partecipa alle elezioni, sostiene, deve dimostrare di possedere un consenso reale.
È un’obiezione che merita di essere presa sul serio. Una democrazia può legittimamente prevedere una soglia di sottoscrizioni per impedire che sulla scheda compaia qualunque simbolo inventato alla vigilia del voto.
La domanda, però, è un’altra: per impedire le liste civetta bisogna rendere quattro volte più oneroso l’accesso anche alle forze politiche realmente organizzate e radicate nei territori?

E soprattutto: perché una forza territoriale deve dimostrare di essere abbastanza nazionale per ottenere il diritto di rappresentare il proprio territorio? È questo il paradosso più evidente della norma. Un movimento che nasce in Calabria, in Sardegna, in Lombardia o in qualsiasi altra parte d’Italia potrebbe avere migliaia di aderenti, amministratori, militanti e un consenso reale nel proprio territorio. Ma per concorrere alle elezioni viene obbligato a costruire liste in metà delle circoscrizioni del Paese. Non gli viene chiesto soltanto di dimostrare di esistere dove chiede i voti. Gli viene chiesto di organizzarsi anche dove potrebbe non avere alcun radicamento.
Clemente Mastella sa cosa significhi.

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In questi giorni l’ex ministro e attuale sindaco di Benevento ha ricordato la propria esperienza con l’Udeur. Dove il partito era radicato, soprattutto nel Mezzogiorno, la raccolta era più semplice. Dove non lo era diventava un’impresa. Ha raccontato che in Friuli dovette trasferirsi per alcuni giorni e organizzare personalmente un banchetto per trovare le sottoscrizioni necessarie. Mastella contesta anche l’uniformità della soglia: raccogliere lo stesso numero di firme in una grande regione e in territori demograficamente molto più piccoli, osserva, significa imporre sforzi profondamente differenti.

Ed è un problema che conosciamo bene.
La Calabria ha meno di due milioni di abitanti distribuiti in oltre 400 comuni e su più di 15.000 chilometri quadrati. La sola Città metropolitana di Milano supera i tre milioni di abitanti concentrati in poco più di 1.500 chilometri quadrati. La firma richiesta è identica. Il territorio nel quale bisogna cercarla no. Non è soltanto una questione meridionale. Vale per la Basilicata, il Molise, le aree interne, le zone montane e per tutti i territori nei quali la popolazione è molto più dispersa. E proprio per questo esisteva una soluzione capace di cambiare radicalmente il problema: consentire la raccolta delle firme online.

Il Senato non l’ha inserita nella legge. La proposta di permettere la sottoscrizione digitale attraverso firma elettronica qualificata non è entrata nel testo approvato. Questo particolare pesa enormemente. Perché 6.000 firme raccolte attraverso una piattaforma digitale sono una cosa. Seimila persone da raggiungere fisicamente, con banchetti, autenticatori, volontari, spostamenti e organizzazione territoriale, sono un’altra. E allora il problema non è essere favorevoli o contrari alle firme.
Le firme sono un filtro democraticamente legittimo. La questione è quanto alto possa diventare quel filtro prima di trasformarsi in una barriera.
C’è poi un precedente che rende inevitabile una riflessione più ampia. Con la riforma costituzionale confermata dal referendum del 2020, il Parlamento è passato da 945 a 600 componenti elettivi. Quella scelta e l’attuale riforma elettorale sono provvedimenti diversi e sarebbe scorretto presentarli come parti dimostrate di un unico disegno.
Ma l’effetto sulla rappresentanza può essere letto insieme.

Prima sono diminuiti i rappresentanti. Adesso aumentano gli ostacoli che alcune nuove forze devono superare per concorrere a eleggerli. E c’è qualcosa che dovrebbe interessare anche chi non voterebbe mai per uno dei movimenti penalizzati da queste regole. La democrazia non consiste soltanto nella libertà di mettere una croce quando si entra nella cabina elettorale. Comincia molto prima: dalle condizioni attraverso le quali idee, movimenti e territori possono arrivare su quella scheda. La porta non viene formalmente chiusa. Si lascia aperta, ma si cambia la serratura. E chi è già dentro dispone di chiavi che chi sta fuori non ha. La riforma, va precisato, non ha ancora concluso il proprio percorso legislativo. Il testo modificato dal Senato deve tornare alla Camera. Saranno quindi decisivi il testo trasmesso a Montecitorio, il calendario della nuova lettura e le eventuali ulteriori modifiche.

È lì che bisognerà verificare se resteranno le 6.000-7.000 firme per collegio, l’obbligo di presentarsi in metà delle circoscrizioni, la differenza di trattamento rispetto alle formazioni già rappresentate e l’assenza della sottoscrizione digitale. Proprio perché la porta non è ancora definitivamente chiusa, questo è il momento di parlarne. Non quando la legge sarà entrata in vigore. Non quando una nuova forza politica scoprirà di non avere i mezzi per presentarsi. Non quando agli elettori verrà spiegato che possono scegliere liberamente, ma soltanto tra coloro che sono riusciti a superare la barriera per arrivare sulla scheda.

Dopo il taglio dei parlamentari, il Parlamento sta mettendo un’altra mandata alla porta della democrazia. E prima che quella chiave giri definitivamente, sarebbe bene chiedersi non soltanto chi resterà fuori. Ma soprattutto chi ha interesse a restare dentro.

 

*Direttivo nazionale MET
Movimento Equità Territoriale

 

 

(16 settembre 2026)

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