di Manuel Pirino

Io, invece, questa legge elettorale la guardo con un certo favore. Capisco le perplessità del centrosinistra, ma non riesco a considerarla così lontana da quei vecchi collegi uninominali che hanno caratterizzato la politica italiana a partire dal 1994 e negli anni successivi. Anche allora i candidati erano, nella sostanza, espressione dei partiti e delle loro scelte. E anche allora esistevano meccanismi di costruzione delle maggioranze e di distribuzione del potere che lasciavano alle segreterie un peso enorme. La vera differenza, forse, non sta tanto nella legge elettorale quanto nell’etica con la quale chi viene eletto decide di esercitare il proprio mandato.
Perché diciamocelo con franchezza: la politica continua a essere una casta. E questa è una delle verità che facciamo più fatica ad ammettere. Una società ancora troppo spesso dipendente dal potere delle segreterie, dalle raccomandazioni, dalle appartenenze e dai compromessi.
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Io mi preoccuperei molto di più di avere un Parlamento composto da persone oneste, competenti e realmente capaci di lavorare per il bene comune, piuttosto che di discutere all’infinito di quale sistema elettorale sia, in assoluto, il più perfetto. Perché nel frattempo l’Italia reale è un’altra cosa. In ogni città dello “Stivale” ci sono persone che diventano sempre più povere. La popolazione invecchia. La sanità pubblica fatica a garantire diritti essenziali. La scuola attraversa una crisi profonda. I giovani continuano a partire perché non vedono abbastanza opportunità per costruire qui il proprio futuro.
E noi continuiamo a discutere di formule, collegi, liste e segreterie.
Ma c’è un’altra cosa che dovrebbe farci riflettere: l’astensione, il disinteresse verso la cosa pubblica e la progressiva disaffezione dalla politica. Un’intera generazione, quella dei quarantenni e dei cinquantenni di oggi, sembra aver abdicato alla responsabilità di governare questo Paese, lasciando spazio ad altri o scegliendo semplicemente di non occuparsene. E anche questo, diciamolo chiaramente, è il fallimento della politica. Un fallimento che non appartiene soltanto a una parte politica, ma alla politica tutta. Perché quando milioni di cittadini smettono di credere che partecipare, impegnarsi e scegliere possa cambiare qualcosa, la democrazia si impoverisce.
Forse dovremmo ricordarci che una legge elettorale non salva un Paese.
A salvare un paese sono le persone che vengono elette. E se quelle persone hanno integrità, competenza, senso dello Stato e responsabilità, qualsiasi legge può diventare uno strumento di democrazia. Se invece manca l’etica della politica, possiamo cambiare legge elettorale ogni cinque anni: la sostanza non cambierà. Il problema, allora, non è soltanto come eleggiamo i nostri rappresentanti. È soprattutto chi scegliamo di mandare in Parlamento e cosa siamo disposti ad accettare da loro.
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(15 settembre 2026)
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