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La Lega di Salvini si suicida

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di Sebastiano Abennante*
Sebastiano Abennante

Bufera dentro il partito dell’orgoglio nordico! Il plotone di dirigenti leghisti con la guida di Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e di Attilio Fontana, Governatore della Lombardia, mettono in scena l’ultima prova di forza ad Alzano, in provincia di Bergamo. Tutti contro la segreteria nazionale di Salvini. Più di trecento persone con striscioni e cori in sostegno dei dirigenti leghisti che vogliono il passo di lato di Salvini, al posto di un passo indietro che auspicherebbero per le condizioni in cui la Lega si è ridotta con le strategie sovraniste del segretario. Un braccio di ferro che nasce dai consensi in calo che hanno ridotto la Lega di Salvini premier ad un aggregato di circa il 5%, in calo continuo anche per l’erosione che un feroce sovranista come Vannacci sta praticando sul partito dell’autonomia differenziata.

Scelte sbagliate e l’aver covato dentro il partito il peggior nemico della Lega stanno mettendo in subbuglio tutta la dirigenza e la base che ormai vuole che Salvini accetti una gestione collegiale, quasi commissariata. Cosa rivendica la gran parte della dirigenza del Carroccio? Un ritorno all’autonomismo spinto e federale, a rioccuparsi del territorio del nord, a non disperdere energie per una visione sovranista nazionale che inglobi il sud, anche se come colonia interna. La svolta di destra di Salvini è vista come un fallimento. Lo dicono i numeri del consenso stimato. Si rischia un 3% e la scomparsa dal Parlamento. Ma perché Salvini ha scelto la trasformazione sovranista e politiche di destra estrema? Semplicemente perché un partito regionale, anche se poliregionale, non poteva conquistare numeri congrui in Parlamento. Ecco che l’impronta sovranista assicurava bacini di voti al sud, indispensabili per raccogliere percentuali importanti e legiferare sull’autonomia federale spinta al massimo.
Una strategia che ha un senso compiuto.

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Cosa propongono ora i governatori del nord da Fontana a Fedriga, al presidente delle provincia di Trento Fugatti, al senatore Centinaio, al capogruppo alla Camera Molinari, persino il composto e disciplinato Ministro Giorgetti? Propongono più leghe: una lega nord e una lega sud. Così che la nord sia focalizzata sul motto “prima il nord”. La lega sud, di fatto subordinata alla prima, assolverebbe al requisito che il sovranismo esercitava nella politica di Salvini: raccattare voti al sud per crescere nelle percentuali.

Soluzioni che servono a imporre un partito multiregionale come forza nazionale ma senza rinunciare, anzi focalizzando, le politiche federaliste e autonomiste. Ed ecco il suicidio in atto.

Una lega sud [sic] apparirebbe un artificio subordinato, dipendente e secondario della Lega Nord. Gli elettori e gli eventuali rappresentanti politici della lega sud se ne accorgerebbero quanto prima. Peraltro il calo di consensi pare inarrestabile. Oggi la Lega ha un competitore alla sua destra e liberarsi del sovranismo salviniano non è cosa da ottenere nel giro di pochi mesi. Ecco che il partito, che voleva una secessione di fatto ma che si accontenta di una autonomia più vantaggiosa della secessione perché sottrae risorse ad un sud periferico, rischia di scomparire.

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E’ questa la finestra storica che il sud deve cogliere. Ora non dopo! Alle prossime elezioni serve una forza politica nuova che si presenti come il partito dell’equità, un partito nazionale che viene fondato e diretto per il riscatto del Sud, senza il quale l’equità non si realizza. Un partito che sposti il baricentro dell’Italia da padana a mediterranea, nel rispetto dei territori marginalizzati e meno infrastrutturati ma con la condizione inalienabile di un riequilibrio non postergabile. Un partito meridionalista ma nazionale che ripopoli il palco mediatico italiano dei temi che sono stati cancellati dalle politiche filonordiche. Infrastrutturare i porti e i retroporti del Sud, estendere l’alta velocità vera, e non quella spacciata tale, nelle aree del meridione.

Il Ponte sullo Stretto in primis, quale fattore abilitante di ogni mobilità e sviluppo. Una politica di reinsediamenti industriali e manifatturieri con l’obiettivo di bloccare le migrazioni dei giovani meridionali. Un potenziamento della sanità che passi dallo spezzare il legame economico con i centri sanitari privati del nord che succhiano economie pubbliche e regionali attuando un mercato della prestazione sanitaria. E ovviamente stracciare l’autonomia differenziata che è il presupposto delle Italiette regionali tanto care al modello padano.

Insomma, è scoccata l’ora di mettere nelle mani di un partito dichiaratamente meridionalista le sorti della rappresentanza del sud. Un’ambizione possibile, doverosa e che la Storia italiana impone dopo tutto quello che il meridione ha dovuto subire e subisce.

Il suicidio della Lega è prossimo. Che coincida con la nascita e l’entrata in Parlamento di un partito che sappia rifondare la Repubblica partendo dal Sud e dai territori dimenticati, è l’auspicio. Equità Territoriale è pronta ad assumere la sfida, consapevole di quanto si è dovuto subire e di quanto male è stato fatto digerire ad intere comunità del sud. Equità Territoriale deve sedere in Parlamento e deve inaugurare una nuova fase di una Italia mediterranea, ove le prevaricazioni di decenni di politiche antimeridionali trovino il riscatto e la nuova missione. Il suicidio del peggior nemico di una Italia comparabile e più giusta sia il concime di una nuova rappresentanza di popoli e territori, che attendono da troppo tempo di prendere le redini di una Repubblica che non sia più intracoloniale.
Equità Territoriale è la risposta che deve subentrare al suicidio prossimo delle Leghe nordiche.

*Movimento Equità Territoriale

 

 

(9 settembre 2026)

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