di Marco Maria Freddi

Essere di sinistra è difficilissimo. E ve lo dico guardandovi negli occhi, perché stare a sinistra mi costringe ogni giorno a fare una delle cose che noi esseri umani sappiamo fare peggio. Cercare di capire vite che non sono la nostra. Io non penso che essere progressisti significhi avere sempre ragione. Penso esattamente il contrario. Significa avere il coraggio di mettere continuamente alla prova quello che pensiamo. E allora mi chiedo se una società davvero progressista sia possibile in un Paese dove nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone vivevano in povertà assoluta e quasi 2,5 milioni di occupati erano a rischio di povertà, il 10,2 per cento contro l’8,2 per cento della media europea.
Non mi basta volere i diritti per me. Se sono davvero di sinistra devo essere capace di riconoscere anche i diritti di una persona che non capisco, che mi mette a disagio, che vive diversamente da me e magari sostiene idee che considero sbagliate. È qui che comincia la parte difficile. Perché una società progressista non può essere soltanto una somma di individui che difendono ciascuno il proprio pezzo. Deve essere una società capace di convivere con le differenze, di proteggere l’individuo senza dimenticare la collettività, di usare il pensiero critico e, soprattutto, di cambiare idea quando cambiano i dati. Io non voglio una sinistra che recita certezze. Voglio una sinistra che studia, discute, verifica e poi decide.
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Quando guardo chi prova a stare a sinistra, me compreso, mi accorgo che è stancante. E non lo dico per attribuirci una medaglia o una superiorità morale. Lo dico perché lo abbiamo visto. Anche la sinistra può diventare dogmatica, banale, complottista, intollerante verso chi pensa diversamente. Ma costruire una società fondata sull’uguaglianza e sul pluralismo ci obbliga a guardare oltre la nostra esperienza. E questo è difficilissimo. Tutti vogliamo parlare dei nostri diritti. Molto più difficile è accorgerci dei privilegi che abbiamo, soprattutto quando non ci cambiano apparentemente la vita. Nessuno si sveglia la mattina pensando che bello, io sono privilegiato e qualcun altro no. Io vivo la mia vita. E magari è una vita difficile. Pago un affitto che cresce, faccio un lavoro precario, lavoro part time perché non trovo altro. In Italia il part time involontario riguarda l’8,5 per cento degli occupati e il 13,7 per cento delle lavoratrici. Non mi sento privilegiato. Eppure posso soffrire e, contemporaneamente, avere più tutele di chi ne ha ancora meno. Riconoscerlo non significa negare la mia sofferenza. Significa trasformarla in una battaglia collettiva. E qui arrivano le contraddizioni.
Io posso difendere fino in fondo i diritti delle persone trans e, nello stesso tempo, chiedermi come debbano essere regolamentate le competizioni sportive nelle diverse categorie. Non devo scegliere tra diritti e scienza. Devo guardare i dati. La ricerca mostra alcuni effetti della terapia ormonale sulla composizione corporea e sulla forza, ma le evidenze sulle prestazioni sportive reali restano limitate, eterogenee e in diversi casi caratterizzate da bassa certezza. E allora studio, ascolto, confronto e cerco una regola giusta. Non mi invento una certezza perché mi fa comodo.
Posso difendere una politica migratoria umana e rispettosa dei diritti e, contemporaneamente, chiedermi come organizzare accoglienza, integrazione, scuola, casa, servizi pubblici e convivenza nei quartieri. Posso essere femminista e difendere la libertà delle donne e, contemporaneamente, criticare culture o pratiche religiose che predicano la loro subordinazione.
È questo il lato difficile della sinistra. Non avere sempre una linea di confine già pronta. Cercarla. Metterla alla prova. Correggerla quando i fatti ci dimostrano che abbiamo sbagliato. E sì, questo significa anche sbagliare. Ma io preferisco una sinistra che sbaglia cercando soluzioni giuste a una sinistra che non sbaglia mai perché ha smesso di farsi domande. Per me la giustizia sociale non è purezza. È redistribuzione concreta. È lavoro dignitoso, salario adeguato, welfare pubblico universale, scuola pubblica, casa accessibile, sanità che non costringa una persona a scegliere tra curarsi e pagare le altre spese. Nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria di cui avevano bisogno.
E allora capisco perfettamente la domanda più umana che possiamo farci. Chi si preoccuperà per me?
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Io voglio una sinistra che risponda così. Ci preoccupiamo di te. Ma ci preoccupiamo anche di chi non ti assomiglia. Perché il punto non è scegliere tra te e gli altri. Il punto è costruire una società nella quale nessuno debba essere messo contro qualcun altro per ottenere ciò che gli spetta. Perché ci hanno insegnato a considerarci concorrenti. Ma chiediamoci chi ci guadagna davvero quando lavoratori, giovani, italiani e stranieri, uomini e donne, periferie e ceti popolari vengono messi gli uni contro gli altri. Io non voglio una guerra tra poveri. Voglio redistribuzione. Voglio servizi pubblici forti. Voglio lavoro dignitoso. Voglio che chi ha di più contribuisca di più. Voglio che la libertà non sia soltanto quella di chi può permettersela. E così arriviamo al punto che mi preoccupa ancora di più. Mentre dovremmo discutere di come costruire questo futuro, continuiamo a litigare sul passato e a farci raccontare che ogni cambiamento è una minaccia. Ci dicono che il Green Deal è una follia.
Io preferisco guardare i fatti.
La Commissione europea ha previsto almeno mille miliardi di euro di investimenti sostenibili nel decennio e un meccanismo specifico per sostenere le regioni e i lavoratori maggiormente esposti ai costi della transizione. La transizione ecologica è politica industriale. È innovazione. È lavoro. È energia. È salute pubblica. È riconversione produttiva.
Può essere fatta bene o male. Può proteggere i lavoratori oppure scaricare su di loro i costi della trasformazione. Ed è proprio per questo che io voglio una sinistra capace di governarla. Non voglio una sinistra che urla più forte. Voglio una sinistra di governo.
E allora sì, essere di sinistra è difficilissimo. Ma proprio per questo, per me, è ancora più necessario. Non per appartenenza. Non per sentirci migliori degli altri. Perché io credo che, alla fine, la giustizia sociale non sia soltanto una scelta morale. È il modo con cui decidiamo se vogliamo continuare a vivere insieme.
(16 settembre 2026)
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