di Giancarlo Grassi
“Confido che qui da Pechino venga un messaggio per la pace, per la cooperazione e per il ritorno di uno spirito di amicizia tra tutti i popoli e per porre fine alle guerre che insanguinano in modo così tragico diversi paesi del mondo”, è il D’Alema della fine del quinto lustro del del nuovo millennio, a parlare, non quello del 2001.
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Un cambiamento che si manifesta, in un video, durante la partecipazione alla parata militare voluta dal presidente cinese Xi Jinping a Pechino per celebrare l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione giapponese della Cina. Con D’Alema illustre invitato come presidente della Fondazione Italianieuropei, addirittura capi di stato e di governo Vladimir Putin, Kim Jong-un, Masoud Pezeshkian, Aleksandr Lukashenko, Min Aung Hlaing: la crème del comunismo diventato autarchia diventato democrazie illiberali sulla via delle dittature assolute (e forse violente). Cosa ci facesse D’Alema lì resta un mistero per menti semplici come le nostre.
Forse per rilasciare un’intervista a un media cinese dove fa calare dall’alto una della sue grandi intuizioni: “Viviamo un momento difficile nelle relazioni internazionali”. Perché nessun altro, oltre lui, se n’è accorto. Meno male che ce lo ha detto.
Nel frattempo, grandi intuizioni dalemiane a parte, c’era un certo Xi Jinping che le cantava chiarissime parlando di pace (e parlava a Putin) e noi qui a preoccuparci di tradurre a modo nostro le sue parole. Un mondo occidentale di geni della comunicazione che non sa più verbalizzare in modo globale, ma declama per un pubblico vero o presunto fatte di carne e ossa o di nomi e troll su una piattaforma, la sua libera (libera?) traduzione di parole altrui mentre Trump, quello della sceneggiata in Alaska e delle spiagge per ricchi a Gaza, diceva quello che dice sempre: niente, parlando molto.
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(3 settembre 2025)
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