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Opposizione da tifo organizzato

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di Claudio Desirò

Le Riforme possono piacere o meno, e questo è legittimo. Meno legittimo, invece, è il comportamento da isterici capi ultras di molti esponenti dell’opposizione che, a beneficio delle proprie tifoserie pronte a bersi tutto e diventarne megafono, diffondono slogan ed agitano fantasmi, senza mai tentare di contrastare nel merito ciò che non piace delle Riforme stesse.

Partendo dal presupposto che la Costituzione non è intoccabile e che, ad un secolo di distanza, ammodernarne le parti riguardanti l’architettura istituzionale risulta una necessità ormai evidente, parlare di “attentato alla democrazia” risulta un tentativo sciocco di stuzzicare le pance dei più calorosi sostenitori, raccontando una storia distante dalla realtà. Un Governo democraticamente eletto, perché piaccia o meno l’attuale Esecutivo è il risultato delle elezioni democratiche del settembre del 2022, ha il Diritto ed il Dovere di riformare finalmente un Paese tutt’ora ancorato al secondo dopoguerra. Un Governo democraticamente eletto che passa attraverso un altrettanto democratico confronto parlamentare è quanto di più distante dal definibile “attentato alla democrazia”. Anzi, è proprio chi straparla di presunte derive in atto che, ancora una volta, mostra mancanza di contenuti e di capacità di confronto: anziché arroccarsi dietro ad un No a Tutto a Prescindere, lanciando slogan per fomentare le piazze, sarebbe stato, ad esempio, preferibile proporre formule migliorative, apportando critiche nel merito a ciò che non piace. Invece, anziché sottolineare come la riforma del premierato abbia un evidente punto debole nell’assicurare quella stabilità di Governo tanto proclamata (soprattutto pensando a come potrà mai essere possibile che una maggioranza appena caduta possa esprimere un nuovo premier sempre dal suo interno) si preferisce, come sempre, il populismo radicale di piazza e di slogan. Un tanto al chilo.

Un’opposizione che soffia sulle divisioni, che sventola fantasmi, che non propone altro che slogan e che, nonostante i risultati delle consultazioni elettorali ne certifichino ogni volta una strategia perdente, continua su una strada tracciata tra l’irresponsabile e l’inutile. Inutile per il Paese, compreso quell’elettorato più acceso e pronto a tutto per il proprio leader. Utile unicamente ai singoli presunti leader, che dalle piazze infarcite di ideologismo traggono la linfa necessaria a giustificare la propria presenza, il proprio ruolo, il proprio esistere. Alla fine, comunque inutile se non direttamente dannoso.

 

 

(21 giugno 2024)

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