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Le polemiche sull’aborto: “State boni, se potete…”

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di Vittorio Lussana

La questione dell’aborto e dell’emendamento alla legge n. 194 del 1978, che prevede nei consultori anche l’assistenza di associazioni pro vita finanziate con i fondi del Piano nazionale di ripartenza e resilienza, con il chiaro intento di rendere difficilmente applicabile la norma, è finita sotto la lente dell’Europa, con la Commissione Ue che ha bacchettato l’Italia sottolineando come “le misure sull’aborto siano estranee al Pnrr”.

E non è tutto: durante una puntata della trasmissione Porta a Porta, trasmessa da Rai 1 e dedicata alla legge n. 194, è stato presentato un parterre di ospiti che comprendeva solamente uomini, costringendo la presidente Rai, Marinella Soldi, a prende carta e penna per scrivere, vivaddio, a Bruno Vespa e chiedergli, sostanzialmente: “Che cazzo fai”?

Cominciamo col dire che, riguardo all’utilizzo dei fondi del Pnrr, ha pienamente ragione la Commissione europea: l’enorme prestito concesso dalla Ue contiene misure riguardanti la struttura di governance del Piano in sé, non una diversa gestione della normativa sull’aborto. In secondo luogo, la mancanza di sensibilità di Bruno Vespa, per quanto dovuta a una serie di indisponibilità incontrate durante la preparazione della cosiddetta scaletta, è stato uno scivolone che ha fatto pensare a una crociata televisiva della nuova ‘Telemeloni’.

La sostanza della questione rimane la stessa: il centrodestra italiano, a parte le componenti laiche di Forza Italia e una parte della Lega – compreso Matteo Salvini, dobbiamo dire, che questa volta ha saputo salvarsi in corner – ha dei seri problemi con la modernità secolarizzata della società di oggi. Molti esponenti sembrano appena usciti da una stravagante macchina del tempo proveniente direttamente dagli anni ‘50 del secolo scorso. E senza neanche l’accompagnamento del Doctor Who, che per lo meno sarebbe stato in grado di rielaborare scientificamente, la materia.

Anche in termini culturali, infatti, accorgersi all’improvviso di non possedere più l’esclusiva della morale comune all’interno di un processo di secolarizzazione in fase ormai avanzata, più che una fobìa regressiva rappresenta una sorta d’incapacità a stare al passo con i tempi, la confessione esplicita di un moralismo inattuale che ha ormai raggiunto le vette del cinismo più sadico, teso unicamente, soprattutto sui social network, a nutrire il proprio bisogno di discriminare e condannare.

Senza più nessuno da perseguitare con il marchio dell’abominio e dell’infamia, i nostri conservatori alla Simone Pillon non possono più truffare il prossimo con la propria visione farisaica, assai più vicina al Concilio di Trento che al Vaticano II del 1962. L’egemonia del cattolicesimo controriformista è ormai inesorabilmente tramontata: inutile perdersi in trasalimenti mistici. Eppure, si continua a far finta di non capire che quest’ambizione a identificarsi con una dottrina morale naturale, la pretesa di voler annettere l’intera società a un’unica visione del mondo, l’ostinazione nel volersi occupare di cose di cui si conosce, sociologicamente e scientificamente, assai poco, il voler imporre a tutti i costi un modo esclusivo d’intendere e impostare la vita privata, i rapporti sessuali, i legami di paternità e di maternità, tutta questa roba qua, insomma, risulta francamente rancida spazzatura da consegnare al più presto presso un’oasi ecologica.

La destra italiana sta facendo ridere persino i polli di Renzo Tramaglino: la laicizzazione dei costumi rappresenta il superamento proprio di quel “pensiero unico cattolico” che per quasi due millenni ha condizionato, nel bene e nel male, una buona parte del mondo, permeando e zavorrando, in particolar modo, la società italiana. Una filosofia morale che continua a incontrare una serie infinita di scofitte campali, su un terreno, quello dei diritti civili, che risulta decisamente ostico ai conservatori di casa nostra, totalmente impegnati a “prendere i muri a testate” come nella nota scena de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, poiché ormai giunti innanzi alle proprie contraddizioni più estreme, che riducono la moralità e ogni ricerca di nuove forme di etica a dei veri e propri conati di manicheismo grottesco, intollerante, inutilmente provocatorio.

Precisiamo una cosa: rispetto a tanti Partiti politici composti da gente senza passato, Fratelli d’Italia un passato ce l’avrebbe. E ciò non rappresenta un dato del tutto negativo, in termini di incanalamento educativo della militanza. Tuttavia, ora si tratta di selezionare cosa conservare e cosa gettare via di quel passato, al fine di incrociare veramente la società italiana e le sue antitesi in perenne rivoluzione. Un moto che non corrisponde a un atto instaurativo, né risponde a un preciso Manifesto politico-ideologico di intenzioni, ma a un procedere delle masse passo per passo, in una logica sociologica gradualista, per quanto dinamica essa sia o possa sembrare.

Non c’è nulla più di questo in realtà, poiché anche sul fronte progressista, indubbiamente c’è chi esagera con le Giuliette nere, le censure forzate o con la religione vista come un inutile orpello da dissacrare. Un po’ di religione – in quanto etica della convinzione e non del successo – serve sempre nella vita. Perché alcuni princìpi ci vogliono, in una società divenuta “liquida”, senza tuttavia continuare a dibattersi tra un falso calvinismo moralista e un materialismo spicciolo totalmente privo di scrupoli, che calpesta ogni valore spirituale.

“State boni, se potete…”, era solito affermare, in dialetto romanesco, San Filippo Neri. Un personaggio proveniente dall’universo cattolico, che seppe addirittura anticipare, nei secoli, alcuni presupposti di laicità cristiana.

Ben prima dell’illuminismo enciclopedico e della Rivoluzione francese.

 

 

(19 aprile 2024)

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